C.S. Lewis, l’uomo che inventò Narnia
di Moreno Stracci
Nel 1950, con la pubblicazione de Il leone, la strega e l’armadio, nasceva uno dei mondi fantastici più influenti del Novecento. Ma prima di Narnia c’era un uomo: C. S. Lewis, accademico, saggista, convertito al cristianesimo, narratore capace di tenere insieme mito e razionalità.
A settantacinque anni dall’uscita del primo volume delle Cronache di Narnia, l’interesse non riguarda soltanto il successo editoriale della saga, ma la figura del suo autore e il contesto in cui quell’idea prese forma.
Un’infanzia tra libri e immaginazione
Clive Staples Lewis nacque a Belfast nel 1898. La sua infanzia fu segnata dalla precoce perdita della madre e da un rapporto intenso con la lettura. Fin da bambino inventava mondi immaginari insieme al fratello, popolati da animali parlanti e mappe dettagliate. L’immaginazione precede la teologia, e precede anche la narrativa pubblicata.
Lewis divenne poi docente di letteratura medievale e rinascimentale a Oxford. Non era uno scrittore “fantasy” in senso stretto: era un filologo, uno studioso di miti nordici e classici, un intellettuale che durante la Seconda guerra mondiale divenne noto al grande pubblico per le sue trasmissioni radiofoniche sulla fede cristiana.
L’idea di Narnia non nacque da un progetto sistematico, ma da un’immagine. Nel saggio autobiografico It All Began with a Picture, Lewis ricordò:
“Tutto ebbe inizio con un’immagine: un fauno che portava un ombrello e dei pacchi in una foresta innevata.”
Per anni quell’immagine rimase isolata, senza una trama. Solo durante la Seconda guerra mondiale, quando alcuni bambini evacuati da Londra furono ospitati nella sua casa di campagna, Lewis iniziò a immaginare una storia che avesse come protagonisti dei ragazzi catapultati in un altro mondo.
In un’altra occasione scrisse:
“Non scrivo per insegnare una lezione. Scrivo perché certe immagini mi perseguitano finché non do loro una forma.”
Narnia non fu quindi concepita come allegoria programmata, ma come narrazione che, secondo Lewis stesso, si sviluppò per sovrabbondanza di immaginazione.
L’amicizia con Tolkien: convergenze e divergenze
Un capitolo fondamentale della vita intellettuale di Lewis è il suo rapporto con J. R. R. Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli. I due si conobbero negli anni Venti a Oxford e divennero membri degli Inklings, un circolo informale di scrittori e studiosi che si riuniva per leggere e discutere testi inediti.
Tolkien ebbe un ruolo decisivo nella conversione di Lewis al cristianesimo nel 1931. In una celebre conversazione notturna al Magdalen College, Tolkien sostenne che il mito non è una menzogna, ma una forma attraverso cui la verità può essere percepita. Lewis avrebbe poi definito il cristianesimo “il mito divenuto fatto storico”, espressione che riflette chiaramente l’influenza dell’amico.
Sul piano letterario, però, le strade dei due si differenziarono. Tolkien costruì la Terra di Mezzo come universo filologicamente coerente, con lingue, genealogie e cronologie minuziose. Lewis, al contrario, si mosse con maggiore libertà immaginativa: in Narnia convivono fauni di derivazione greca, Babbo Natale, streghe nordiche e simbolismi cristiani senza la preoccupazione di un sistema mitologico unitario.
Questa differenza generò anche tensioni. Tolkien guardava con una certa perplessità alla rapidità con cui Lewis scriveva e pubblicava Narnia, e non apprezzava alcune scelte simboliche troppo esplicite. Nonostante ciò, il dialogo tra i due rimase uno dei momenti più fertili della letteratura fantastica del Novecento.
Fede, mito e controversia
La ricezione dell’opera fu fin dall’inizio duplice. Molti giovani lettori accolsero con entusiasmo la saga. Alcuni critici, invece, si divisero.
Da un lato, vi erano perplessità sull’intensità emotiva del racconto. La scena del sacrificio di Aslan fu giudicata, anche da alcuni insegnanti, troppo forte per un pubblico infantile. Lewis replicò con una frase rimasta celebre:
“I veri bambini lo amano. Penso che spaventi alcuni adulti, ma pochissimi bambini.”
Dall’altro lato, la presenza di simbolismi cristiani suscitò discussioni. Lewis respinse l’etichetta di allegoria in senso stretto, spiegando che Narnia non era una traduzione simbolica del Vangelo, ma una supposizione narrativa: che cosa accadrebbe se Cristo si incarnasse in un altro mondo?
Questa ambiguità – tra fiaba, mito e teologia – contribuì sia alla fortuna sia alle critiche dell’opera.
Cosa può insegnarci oggi
Nella nostra epoca, in un panorama dominato da saghe fantasy seriali e universi narrativi costruiti come franchise, Lewis appare quasi controcorrente. Non progettò Narnia come prodotto industriale, ma come mondo narrativo nato da un’immagine semplice e da un’urgenza interiore.
Il suo insegnamento riguarda il rapporto tra immaginazione e verità. Per Lewis, il mito non era finzione sterile, ma un modo per avvicinarsi a ciò che le parole teoriche non riescono a esprimere pienamente. La fantasia permette di affrontare temi come il tradimento, il sacrificio, la morte e la speranza in forma narrativa, accessibile e universale.
A settantacinque anni dalla pubblicazione del primo volume, Narnia continua a essere letta non soltanto come saga per ragazzi, ma come testimonianza di un’idea forte: che l’immaginazione non sia fuga dalla realtà, ma uno dei modi più profondi per comprenderla.
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