Posted on: 28 Ottobre 2021 Posted by: Redazione Comments: 0

Storia di una festività che
affonda le radici nella notte dei tempi

Nell’immaginario collettivo la festa di Halloween, la notte del 31 ottobre, non ha alcun legame con le nostre tradizioni e con la nostra cultura: quante volte abbiamo sentito dire che è una festa votata al consumismo importata dagli Usa? Ma è veramente così? In realtà non proprio: in Italia e non solo, le usanze e le tradizioni legate al mondo dei morti, all’eterna lotta tra il bene e il male, sono proprie della nostra cultura e risalgono alla notte dei tempi. Vediamo perché.

Nell'antica Roma, il Mundus Patet

Nell’antica Roma pagana esisteva una festività simile chiamata “Mundus Patet” che significa “mondo aperto” collegato alle fasi del raccolto e intimamente connesso alla parte di un rituale etrusco ancestrale, il “Mundus Cereris”. Questo era una fossa circolare posta nel santuario di Cerere, la dea della fertilità, la “Madre Terra”, consacrata ai Mani, anime benigne dei defunti, le divinità “benevolenti” dell’oltretomba dell’antica Roma. Secondo il filosofo greco Plutarco, il Mundus Cereris a Roma era collocato nei pressi del Comitium del Foro Romano e può essere identificato nell’“Umbilicus urbis Romae”, l’ombelico, il centro della città di Roma, un edificio situato nei pressi dell’arco di Settimio Severo e del Tempio della Concordia. Il Mundus era chiuso da una pietra e veniva aperto solo per tre giorni l’anno: il 28 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre. I defunti venivano così liberati e potevano aggirarsi nel mondo dei vivi ma in questi giorni così nefasti alle persone era vietato intraprendere guerre o attività di natura politica, tenere comizi, sposarsi e recarsi nei templi: erano giorni di purificazione. Il legame con il mondo dei morti era quindi molto sentito e la benevolenza dei mani o dei lari (spiriti benigni) era auspicata fortemente perché proteggessero i loro discendenti contro le creature maligne. Queste creature maligne erano chiamate larvae, spettri che quando erano vivi erano stati uomini malvagi e che da morti si alimentavano succhiando la vita dei malcapitati, poi c’erano le manie, scheletri orribili che portavano alla pazzia i vivi e i lemures, anime perdute di persone morte in modo violento, spiriti della notte che vagano tormentando i viventi. C’erano anche le streghe, le stigi o stix, sacerdotesse iniziate alla magia e alla negromanzia che potevano usare i loro poteri a loro piacimento per fare del bene o del male. Le streghe e gli spiriti maligni potevano essere placati, affinché lasciassero in pace i vivi, con i dolci e con i dolci si potevano anche omaggiare gli spiriti benevoli e protettori affinché proteggessero le persone.

I riti Celti, gli Samhain

Presso le popolazioni irlandesi si festeggiava un’antichissima festa chiamata “Samhain” (si pronuncia Sauin e significa “fine dell’estate”), il capodanno celtico che segnava la fine dell’estate e dei raccolti e l’inizio della nuova stagione, l’inverno. La luce lasciava così lo spazio al buio, alle tenebre, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Si pensava che in questo tempo il mondo dei vivi e quello dei morti si mescolassero e che i defunti tornassero a vagare sulla terra. I Celti in questa occasione ringraziavano i loro dei, chiedevano protezione e per esorcizzare il mondo delle tenebre, si aggiravano per le strade illuminando le vie con lanterne intagliate in grosse rape, indossando costumi paurosi per spaventare gli spiriti tornati a vagare sulla terra. Si bussava alle porte delle case ricevendo cibo in cambio di fortuna. Da questa tradizione nasce il famoso motto “trick or treat?”, ovvero “dolcetto o scherzetto?”. Per queste popolazioni non era quindi una festività macabra tipica di oggi ma come dice la parola stessa Halloween, forma contratta dell’inglese arcaico All Hallow’s Eve, è letteralmente la “vigilia di tutti i Santi” (Hallow). Quando nell’800 le genti irlandesi, popolazione che ha mantenuto vive parti delle tradizioni celtiche sopravvissute ai processi di latinizzazione, cristianizzazione e anglicizzazione, emigrarono in America in cerca di lavoro e fortuna, portarono oltreoceano anche le loro tradizioni compresa quella di Halloween e quella di Jack O’Lantern.

La tradizione di Jack O’Lantern

Jack O’Lantern, con la sua inconfondibile testa di zucca, è un fabbro irlandese molto astuto che nella notte di Samhain, racconta la tradizione irlandese, andò in un pub e incontrò il diavolo in persona. Ubriaco fradicio, la sua anima era quasi perduta! Allora l’uomo chiese al diavolo di trasformarsi in una moneta per permettergli un’ultima bevuta prima di morire e consegnare la sua anima alle tenebre. Il diavolo venne ingannato e quando si trasformò, Jack velocemente mise la moneta in un borsellino insieme ad una croce d’argento affinché non si potesse più trasformare ed esigere il suo “premio”.  Il diavolo fu costretto a scendere a un compromesso: in cambio della libertà non avrebbe preso l’anima del fabbro nei successivi dieci anni. Allo scadere del tempo Jack era intento a raccogliere mele e il diavolo apparve su un albero esigendo l’anima. L’uomo chiese allora di poter prendere un’ultima mela e il maligno acconsentì. Allora il furbastro incise velocemente una croce sul tronco dell’alberò cosicché il diavolo non potesse scendere. Iniziò un acceso battibecco tra i due finché il diavolo accettò di risparmiare la dannazione eterna all’uomo. Forte di questa vittoria il fabbro visse una vita dissoluta compiendo ogni sorta di peccato e infamia, tanto che quando morì fu rifiutato dal Paradiso. Allora andò a rifugiarsi nell’Inferno ma qui venne cacciato dal demonio in virtù del precedente patto siglato. Il fabbro si sentì perduto, supplicò il demonio di farlo entrare e si lamentò che lì fuori era tutto freddo e buio, allora il demonio gli tirò un tizzone che l’anima dell’ubriacone raccolse e mise all’interno di una rapa per illuminare un po’ la strada e riscaldarsi. Da quel momento l’anima di Jack vaga senza tregua alla ricerca di un posto dopo riposarsi e trovare pace. Quando nell’800 gli irlandesi emigrarono in America, le rape, visto che di grosse non se ne trovavano, furono sostituite dalle zucche e la testa di Jack rappresentata con una zucca sulla quale è intagliato un volto.

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Foto di charles parker da pexels

Dal Mundus patet alla vigilia di Ognissanti

Come siamo arrivati a sostituire le festività pagane con quelle cristiane? Partendo sempre dall’antica Roma, il 9, 11 e 13 maggio si festeggiavano i Lemuria, feste che servivano per esorcizzare gli spiriti della notte, i terribili lemuri. Secondo la tradizione, queste festività furono istituite da Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso secondo la versione più accreditata. Per placare l’ira degli spiriti maligni e auspicare i favori di quelli benevoli, si preparavano in queste occasioni dolcetti e pietanze da offrire ai passanti in cambio di benedizioni. Per rompere la tradizione pagana, Papa Bonifacio IV nel 609-610 sostituì i Lemuria con il giorno di “Tutti i Santi” ovvero “Sanctae Mariae ad Martyres” e consacrò il Pantheon a Roma alla “Beata Vergine Maria e a tutti i martiri”. Papa Gregorio III nel VIII secolo consacrò una cappella nella basilica di San Pietro a “Tutti i santi” e trasferì la festività al 1° novembre per rompere il legame con i riti Celti degli Samhain che cadevano in quel periodo. Celti e romani, sebbene fossero popolazioni avverse, influenzarono reciprocamente le loro culture.

Nel 998 l’abate dei Cluny, Odilone, con la riforma cluniacense che regolamentava l’ordine benedettino di cui faceva anch’esso parte, aggiungeva al calendario cristiano la festa del 2 novembre, “Tutti i morti”, in memoria di tutti i defunti, pratica poi estesa a tutta la Chiesa. Degli antichi riti pagani non rimaneva più traccia se non quei tratti sopravvissuti soprattutto negli ambienti rurali, nelle famiglie contadine dall’epoca medievale sino ad oggi. Del periodo medievale cristiano è anche il motto “Dolcetto o scherzetto”, quando contadini e mendicanti bussavano a tutte le porte delle abitazioni nella notte di Ognissanti chiedendo l’elemosina di un pezzo di pane e offrendo in cambio delle preghiere per le anime dei defunti.

La tradizioni italiana

Nella cultura italiana molte sono le tradizioni che fino a non molto tempo fa venivano praticate nella vigilia di Ognissanti nelle nostre regioni e città, ognuna con le sue varianti.

A Roma era usanza consumare del cibo, solitamente una minestra di fave o i dolcetti chiamate “fave dei morti”, vicino alle tombe per tenere compagnia ai defunti. In quasi tutte le regioni, prima di andare a seguire la funzione religiosa in chiesa, si accendevano dei lumini sulla finestra per aiutare i cari defunti a ritrovare la strada di casa, lasciando dolcetti, castagne bollite, latte o vino sempre sul davanzale per rifocillare i morti stanchi dal viaggio dall’oltretomba. Offrire del pane, una minestra o fare l’elemosina alle persone meno agiate o regalare dolcetti ai ragazzi che chiedevano “la carità per i poveri morti” era un altro segno di rispetto per i defunti. Si intagliavano anche teste nelle zucche per poi inserirle, illuminate da una candela interna, su uno spaventapasseri nell’orto o nel giardino per spaventare i bambini. In Sicilia i più piccoli ricevevano in dono dai parenti defunti frutta secca e dolci ma solo se erano stati buoni.

Andrea Camilleri nel suo “Racconti quotidiani” ci racconta “Il giorno dei morti” con una testimonianza ricca di particolari: Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.”

In veneto le zucche scavate, illuminate all’interno dalla candela che rappresentava la “resurrezione” venivano poste sul davanzale oppure venivano usate per spaventare i passanti. In Sardegna si festeggia ancora l’antica festa di Sant’Andrea dove nella notte di Ognissanti gli adulti vanno per le vie dei paesi percuotendo vari oggetti per intimorire i ragazzi che a loro volta scendono in strada portando zucche vuote illuminate e sbattendo coperchi e mestoli mentre recitano una filastrocca incomprensibile ricevendo in cambio dolci e qualche soldo col tradizionale motto del “dolcetto o scherzetto”.

Halloween oggi

Halloween come lo conosciamo oggi è una tradizione quindi importata in America dagli immigrati irlandesi nell’800, diventata oltreoceano indubbiamente una festa molto popolare e restituita a tutto il mondo, con film, modelli e folclore che ha assunto una forma fortemente commerciale.  Non solo, ha perso il legame con i culti originari prendendo una piega decisamente macabra che tende a celebrare le entità maligne dell’aldilà, la negatività, l’orrido, l’orripilante e la paura invece di ricordare la forte connessione e il rispetto, sempre esistiti in tutte le popolazioni del globo, tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Halloween, la luce e le tenebre e tu da che parte stai?

© Pamela Stracci 2021

Photo Source: web public domain

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