Posted on: 3 Agosto 2021 Posted by: Redazione Comments: 0

Le bambole sono oggetti misteriosi: c’è chi le ama e chi ne prova terrore, sta di fatto che le bambole, lungi da essere un semplice giocattolo, narrano la storia dell’umanità, dei suoi costumi e delle sue vicende sociali.

 

Nella storia delle bambole, l’Italia sembra essere rimasta, nel corso dei secoli, sempre un po’ indietro rispetto ad altri paesi come la Francia, la Germania e l’Inghilterra. Questo si rende evidente all’inizio del Ventesimo secolo: l’industria italiana del giocattolo non è certamente paragonabile a quella degli altri paesi, e i negozi di balocchi si affidano in modo quasi esclusivo all’importazione di giocattoli, soprattutto dalla Francia, vista la grande fama delle bambole d’oltralpe. In questo panorama, nasce la prima e unica grande fabbrica italiana: la Lenci di Torino. Enrico Scavini e la moglie Elena Konig avviarono la propria attività nel 1919, depositando il brevetto per il marchio. Nel logo compare una trottola e il motto Ludus Est Nobis Costanter Industria, da cui l’acrostico Lenci. Nel 1922, il marchio verrà modificato e comparirà il nome Lenci in corsivo.

Il decennio tra il 1919 e il 1929 rappresenta per la fabbrica il momento di maggiore espansione sul mercato, sia italiano sia internazionale: la quasi totalità dei modelli di bambole che oggi conosciamo fu prodotta in questo periodo.

Il successo delle bambole Lenci è da rintracciare nelle feconde menti degli artisti che progettarono con cura i diversi modelli: tra i collaboratori della fabbrica, possiamo ricordare Dudovich, Riva, Vacchetti, Jacopi, Regis, tra i tanti.

Oggi le bambole Lenci sono molto ricercate dai collezionisti: si tratta di oggetti rari, a causa della deteriorabilità del materiale col quale furono costruiti, il feltro. È curioso notare che in Italia il feltro è stato, e tutt’ora è, spesso chiamato popolarmente panno-Lenci.

Alcuni studi degli anni ’80, sulla manifattura Lenci, hanno permesso di ricostruire il processo originario di lavorazione delle bambole, che così risulta essere:

Dopo la progettazione dell’oggetto, gli scultori modellavano la testa della bambola con la creta. Questa veniva utilizzata per creare il negativo in bronzo e il positivo in piombo. Tra questi due stampi veniva posizionato il feltro che, tramite l’uso di colle e la pressione della morsa, assumeva la forma del volto. La testa veniva poi lasciata essiccare e riempita di materiale di sostegno. Successivamente si passava alla fase di pittura dei lineamenti, seguendo l’ordine: occhi, bocca e guance.

Il corpo veniva ricavato da feltro cucito nei reparti della sartoria e riempito di truciolato. Il movimento degli arti veniva creato usando dei dischi di cartone e perni metallici.

Una volta finito, il corpo veniva collegato alla testa: la bambola nuda era terminata.

Si passava poi ad applicare i capelli, prodotti con lana animale, spesso mohair.

Infine la sartoria provvedeva a creare il ricco guardaroba della bambola, usando feltro od organza di seta. Gli abiti si componevano di numerosi pezzi, a volte anche centinaia, da assemblare e cucire, spesso con il particolare metodo detto “a mosaico”.

Il reparto della falegnameria provvedeva alla realizzazione degli accessori per i diversi modelli.

La bambola veniva vestita, pettinata e calzata, era così pronta per essere commercializzata.

La fabbrica Lenci, all’inizio del secolo scorso, ha rappresentato l’eccellenza italiana nella produzione di bambole, mostrando ancora una volta il grande ingegno italiano che seppe competere con le grandi produzioni europee.

Moreno Stracci ©.

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