Posted on: 20 Novembre 2020 Posted by: Redazione Comments: 0

Nella Roma Antica le case rispecchiavano chiaramente lo status sociale di chi le abitava, vediamo come:

L’Insula

Le classi più povere occupavano le insulae, parola da cui deriva il termine isolato, una sorta di case popolari, solitamente fatte in mattoni dal caratteristico colore rosso, alle quali si accedeva da un ballatoio comune. Queste abitazioni potevano arrivare anche a dieci piani ed erano composte da una o due stanze, senza bagno, senza acqua corrente e senza cucina. Per mangiare, gli abitante delle insulae si servivano delle tabernae, le locande situate al piano terra degli edifici. Le case, dunque, servivano esclusivamente come dormitori, ed il povero mobilio si componeva solo di qualche semplice letto, un tavolo e qualche sgabello di legno. Vi regnava povertà, sporcizia, scarsa igiene e un continuo pericolo di crolli: come lamentava Giovenale della terza Satira, verso 193 e sg.:

 

nos urbem colimus tenui tibicine fultam magna parte sui

Noi vivamo a Roma, una città che in gran parte si regge su puntelli fatiscenti

 

Tobias Langhammer, Domusitalica, CC BY-SA 3.0

La Domus

La domus invece era la casa desinata alle famiglie benestanti. L’organizzazione di questa abitazione urbana era incentrata attorno a uno o due cortili principali che collegavano i vari ambienti: l’atrio, le camere da letto, la sala da pranzo, la biblioteca e la sala di conversazione, la cucina, il porticato e i giardini interni, i bagni privati e altri ambienti. All’esterno, l’edificio, generalmente ad un piano, non aveva finestre, in qualche caso si potevano trovare delle piccole aperture posizionate molto in alto per tenere fuori gli occhi indiscreti e i ladri; gli ambienti venivano illuminati con finestre rivolte negli spazi interni dell’abitazione: queste finestre venivano protette con vetri, più opachi di quelli attuali ma che garantivano, comunque, una buona illuminazione dei locali.

Tra le domus più rappresentative sono famose quelle di Pompei ed Ercolano che, per l’abbondanza dei ritrovamenti e il particolare stato di conservazione, ci hanno fornito una chiara fotografia di come si viveva in quel periodo. Questi edifici erano finemente ornati con mosaici e decorazioni parietali dai colori sgargianti nei toni dell’ocra, del rosso e dell’azzurro. Gli ambienti erano abbelliti e arredati con statue, oggetti di pregio in ceramica e bronzo, vasi e anfore, mobili pregiati e stoffe. Nelle pareti dei locali venivano ricavate delle nicchie all’interno delle quali si collocavano le stoviglie, le lucerne, i libri e altri oggetti decorativi, specchi in argento e piccoli soprammobili in vetro, avorio, corno e tartaruga.

Di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) Interno di domus (ricostruzione)

La Villa

Le villae erano le residenze delle classi sociali più elevate, e avevano un impianto plano-volumetrico complesso che si sviluppava tra giardini, fontane, orti e spazi aperti. Per la posizione nella quale venivano costruite, possiamo dividere le ville in: urbane (costruire in città), rustiche (costruite in campagna e spesso collegate a un’azienda agricola, marittime (costruite vicino ad attività portuali).

 

Tra i vari ambienti, le ville accoglievano al loro interno sontuosi bagni privati, articolati in vari locali: sauna, spogliatoi, piscine, vasche con acqua calda, tiepida e fredda. Le ville più ricche, possedevano dei veri e propri centri termali. Tra le più belle, troviamo la villa dell’imperatore Adriano realizzata nel II secolo presso Tivoli: un ricco complesso di edifici e strutture che si estendeva su un’area di oltre 120 ettari.

letto tricliniare in bronzo istoriato della fine del I sec. a.C - Di Paolo Terzi/Museo Civico di Modena

Decorazioni e mobilio

Le pareti delle ville e delle domus erano decorate con dipinti che riproducevano la trama di marmi pregiati, o rappresentavano giardini fioriti, paesaggi campestri, sontuose ghirlande con fiori e drappeggi che creavano l’illusione di locali molto più ampi e colorati di quello che erano nella realtà, un po’ come facciamo oggi con la moderna tecnica del trompe-l’œil.

Per quanto riguarda il mobilio, l’arredamento prevedeva tavoli di marmo, tavolini di legno o bronzo, panchine, sgabelli e sedie di tipologie diverse, ma anche forzieri di varie misure, paraventi per schermare gli ambienti e il lararium: un’edicola, un tempietto, in muratura e marmo o in legno posto nell’atrio delle abitazioni all’interno delle quali venivano conservate le immagini dei lares, divinità minori domestiche ampiamente venerate perché legate al culto degli antenati protettori della famiglia e del focolare.

Tra i vari arredi un posto di spicco lo meritano i letti, non solo per dormire (i lectuli singoli o il lectus genialis, quello matrimoniale) ma anche letti per conversare e letti per mangiare. Questi ultimi conosciuti anche come triclini erano generalemente in marmo o in legno finemente intagliato e decorato ma anche in osso, avorio e bronzo, pitturati o dorati. Anche le stoffe, di seta, di cotone, erano ampiamente utilizzate nelle domus e nelle villae per rivestire sontuosi cuscini o per coprire i materassi dei triclini, dei divanetti o degli sgabelli e in generale per decorare gli ambienti. Non mancavano neanche i tappeti, importati dall’oriente.

L’illuminazione dei locali era ottenuta con lucerne ad olio o candelabri di ceramica o metallo, come bronzo e argento. Pamela Stracci ©

Fonti iconografiche dell’autore o di dominio pubblico.

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