Mafai e Raphaël: a Villa Torlonia il racconto di un amore fatto di arte e dissidenza
di Moreno Stracci
ROMA – C’è un filo sottile, teso tra la malinconia tonale e il vigore della pietra, che unisce due delle anime più inquiete e luminose del secolo scorso. Dal 23 maggio al 2 novembre 2025, il Casino dei Principi di Villa Torlonia ospita “Mario Mafai e Antonietta Raphaël. Un’altra forma di amore”, una retrospettiva che non si limita a celebrare due anniversari — i sessant’anni dalla scomparsa di lui e i cinquanta da quella di lei — ma ricostruisce il dialogo ininterrotto tra due artisti che hanno saputo trasformare la realtà in poesia antiretorica.
Il sodalizio della “Scuola di via Cavour”
Il percorso espositivo, curato da Valerio Rivosecchi e Serena De Dominicis, si snoda attraverso oltre cento opere, attingendo a tesori pubblici (dalla GNAM alla Banca d’Italia) e privati. Il cuore della mostra è quel nucleo generativo che Roberto Longhi definì la “Scuola di via Cavour”: un sodalizio tra Mafai, Raphaël e Scipione che ruppe con la rigidità del ritorno all’ordine per abbracciare un’intensità espressiva nuova, quasi viscerale.
Due traiettorie, un unico destino
Se Mario Mafai si impose rapidamente come il maestro delle Demolizioni e dei Fiori secchi, incarnando il volto più autentico e dolente della cultura italiana post-bellica, la vicenda di Antonietta Raphaël fu più tortuosa. Lituana, ebrea e “nomade” per necessità, Antonietta dovette lottare contro i pregiudizi di genere e l’ombra delle leggi razziali. La mostra rende giustizia alla sua ricerca solitaria, esponendo sculture inedite — come la pietra porfirica di Angoscia n.2 — che rivelano una forza plastica capace di sfidare il tempo.
Un percorso tra metamorfosi e sguardi incrociati
Le sette sezioni tematiche non seguono solo un ordine cronologico, ma indagano le passioni comuni:
La musica: una sezione dedicata testimonia come la pittura dei due si sia spesso nutrita di ritmi e lezioni di piano.
La sfida silenziosa: un confronto diretto su ritratti e nudi, dove le divergenze formali diventano la prova della loro reciproca libertà intellettuale.
La metamorfosi di Mafai: una sala interamente dedicata all’evoluzione di Mario, dal realismo dei mercati fino alle soglie dell’astrazione informale.
L’ultimo omaggio
Il cerchio si chiude in modo commovente: se ad aprire la mostra è il monumentale ritratto che Mafai fece ad Antonietta nel suo studio nel 1934, la conclusione è affidata a un’opera di lei del 1966, Mario nello studio. È l’omaggio finale, una sintesi di energia e nostalgia che racchiude il senso di una vita passata a sfidarsi e amarsi attraverso la forma.
Arricchita da una preziosa documentazione d’archivio — lettere e fotografie curate da Sara Scalia — l’esposizione a Villa Torlonia non è solo una mostra d’arte, ma l’occasione per riscoprire come l’amore possa diventare, esso stesso, una forma di resistenza culturale.
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