Posted on: 2 Dicembre 2021 Posted by: Redazione Comments: 0

"L'inferno di Dante" (2021), olio su tela, 80x60cm- Emma Bitri

Recensione a cura di Moreno Stracci
Storico e critico d'arte e letterario

L’opera che la Bitri dedica all’Alighieri nel settecentesimo della morte si distingue per l’elaborazione del cammino di Dante, che si dispiega in una sintesi e un’interpretazione personalissima del concetto di salvezza.

La scena si pone come preludio al viaggio dantesco. Ci presenta, infatti, un Dante che osserva immobile nel corpo, prendendone coscienza, lo stato di rovina morale e spirituale in cui si è lasciato cadere e dal quale viene chiamato ad allontanarsi, quella condizione di “inferno” che il titolo dell’opera della Bitri richiama.

Il dipinto si presenta all’osservatore come una composizione ricca di elementi e allusioni ben studiata, dal carattere narrativo e profetico persuasivo. Se da una parte, alla staticità del corpo si contrappongono i moti interiori di Dante che è sul punto di determinare il suo futuro, dall’altra troviamo Beatrice, il serpente e la Fenice ritratti in una dinamicità che si realizza anche esternamente. La scena è infine collocata in un’atmosfera di drammatico tumulto: il cielo che assume cromie vorticose ma prive di ostilità, le fiamme roventi poste in basso a sinistra, l’inferno sul lato opposto col suo aspetto fumoso e sinistro.

La chiave interpretativa dell’opera della Bitri è data dai significati particolari degli elementi citati e allo stesso tempo dalla loro somma e dall’interazione che la pittrice instaura tra essi. E da questo si ricava il carattere narrativo dell’opera, che in ultima analisi presenta una struttura circolare, con alcuni interessanti parallelismi. Come sappiamo, Dante, smarrito nella selva dei suoi traviamenti, viene soccorso da Virgilio che lo aiuterà a comprendere i suoi errori e a guarirli. Virgilio, tuttavia, si muove per intercessione di Beatrice, le cui parole sono riportate dallo stesso nel canto II dell’Inferno:

l’amico mio, e non de la ventura, 
ne la diserta piaggia è impedito 
sì nel cammin, che volt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito, 
ch’io mi sia tardi al soccorso levata, 
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. (vv.61-66)

È infatti da Beatrice, dal ricordo dell’amore per lei cantato, che Dante viene incoraggiato verso la redenzione. È da qui che l’opera della Bitri può essere agevolmente letta, ossia dall’apparizione di Beatrice nel cielo interiore di Dante, rappresentata dalla pittrice in forma angelica e in comunione con il volere divino. Dante è per metà consumato dalle fiamme della perdizione sulle quali domina la figura del serpente, che a una prima lettura può essere considerato come simbolo del peccato e incarnazione di Lucifero con i noti richiami biblici e mariani. Osservatore all’apparenza passivo, Dante matura la consapevolezza che il viaggio infernale, benché tremendo, si fa non solo necessario ma obbligato. La salvezza può giungere là dove c’è sacrificio ed espiazione, là dove l’individuo trova il coraggio di affrontare e sconfiggere i propri mostri. In questo senso, la Bitri coglie l’essenza della redenzione: le pennellate con le quali è raffigurato l’inferno convergono in un nero profondo che assume tratti antropomorfici tremendi, come un’ombra minacciosa alla quale Dante non si può sottrarre. È tuttavia da questo buio che sorge fiera e vigorosa la Fenice, spiega le ali e si impone come elemento centrale della composizione. Simbolo in prima analisi di rinascita ed elevazione, è attraverso essa che Dante potrà salire al Paradiso, verso Beatrice ed oltre, chiudendo così il cerchio salvifico alla base dell’opera della Bitri, verso il suo risveglio spirituale, riassumibile nella locuzione che accompagna la Fenice: Post fata resurgo.

La Fenice, mito che attraversa tutte le culture antiche, è anche simbolo di sapienza, come ritroviamo in Giobbe 38, 36 (Chi ha elargito all’ibis la sapienza?, chiede Dio al patriarca), ed esempio di resistenza alla tentazione, come raccontano le leggende ebraiche (la Fenice fu l’unica tra gli animali a resistere alla tentazione di Eva che per invidia della loro immortalità li spinse a mangiare il frutto proibito).

A livello iconografico, l’aspetto di maggiore interesse nell’opera della Bitri è la rappresentazione del serpente. L’animale è ritratto con due particolarità: le corna e le gemme poste sul capo. Questi due elementi trovano origine in miti rintracciabili nella maggior parte delle culture antiche euro-asiatiche, australi e native americane. In queste ultime troviamo gli Unktehila, enormi serpenti le cui corna hanno eccezionale potere curativo e le gemme, forse il cuore stesso della bestia, donano a chi si arrischia a prenderle la sapienza e la salvezza. Non è casuale che la Bitri contrapponga al parallelismo tra Dante e l’inferno, la corrispondenza tra Beatrice e il serpente. Se da una parte la morte di Beatrice ha condotto Dante sulla via del peccato, è da Beatrice stessa che la salvezza può giungere, salvezza che, come ci indica il serpente che la pittrice ritrae gemmato, è già in potenza nello stesso peccato. Ad accendere la possibilità dell’evoluzione è la volontà. Dante ce lo confessa per bocca di Virgilio con le parole Se tu vorrai salire (Inferno I, v. 121).

L’opera della Bitri supera la rappresentazione pittorica per donarci, come detto in apertura, una riflessione propria sull’esperienza dantesca.

02/12/2021

 

Nota: L’opera di Emma Bitri è stata presentata alla Mostra Internazionale d’Arte e Scrittura “Dante, il Sommo canto”, organizzata da Associazione Quia per i 700 anni dalla morte dell’Alighieri. Clicca qui e guarda la mostra!

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©Moreno Stracci
Storico e critico d’arte e letterario
Presidente A.C. Quia
il Dott. Stracci può essere contattato all’indirizzo:
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Stracci, M. (2021), “L’inferno di Dante – Recensione all’opera di Emma Bitri”, quiamagazine.it (online), 2 dicembre, <https://www.quiamagazine.it/recensionebitri/>

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