Remigrazione: la parola che voleva diventare legge

Remigrazione: la parola che voleva diventare legge

di Moreno Stracci

La recente proposta di legge di iniziativa popolare intitolata «Remigrazione e Riconquista», promossa dall’omonimo comitato (fondato da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani), e che dopo la raccolta firme online si prepara alla raccolta firme fisica in diverse città italiane, riporta all’attenzione una parola che fino a pochi anni fa circolava ai margini del linguaggio politico: remigrazione. Una parola precisa che orienta l’immaginario e il discorso pubblico.

Le parole, è chiaro, non servono solo a descrivere la realtà: la selezionano, la semplificano, la rendono accettabile o respingente. Nel linguaggio politico, in particolare, una parola può funzionare come un dispositivo: può attenuare la durezza di un progetto, renderlo più presentabile, oppure spostare il confine di ciò che è dicibile. Per questo, prima ancora di discutere le politiche, è essenziale interrogarsi sul lessico che le veicola.

Un termine di origine neutra

Dal punto di vista linguistico, remigrazione è un calco dall’inglese remigration, a sua volta derivato dal latino remigrāre, composto dal prefisso re- (indietro, di nuovo) e dal verbo migrare (spostarsi). Il significato originario è semplice: ritorno al luogo di origine dopo uno spostamento. Il termine compare in inglese già all’inizio del XVII secolo, negli scritti del teologo anglicano Andrew Willet, ed è utilizzato per indicare il semplice ritornare, senza alcuna valenza normativa o politica.

Per secoli, remigration resta una parola tecnica e descrittiva. Nelle scienze sociali e negli studi migratori del Novecento viene impiegata per indicare il ritorno volontario di persone migranti nei Paesi d’origine, ad esempio dopo conflitti, cambiamenti economici o trasformazioni politiche. Anche quando viene usata per descrivere rientri complessi o problematici, il termine mantiene una funzione analitica: serve a nominare un fenomeno, non a prescrivere una politica.

Questa neutralità semantica è importante. La parola nasce e si sviluppa come strumento descrittivo, legato all’osservazione dei movimenti umani. Non ha in sé alcuna connotazione ideologica, non ancora.

L’appropriazione politica del termine

Il cambiamento di significato avviene in tempi recenti, all’interno dei movimenti identitari europei. Già nella campagna elettorale per le regionali francesi del 1992, il Front National utilizzava lo slogan «Quand nous arriverons, ils partiront!». Nel 2014, in Francia, Laurent Ozon lanciava la proposta di un Mouvement pour la remigration, mentre in Germania ambienti identitari discutevano apertamente la creazione di strutture dedicate alla remigrazione.

In Italia, la parola compare per la prima volta nello spazio pubblico nel 2017, come slogan di protesta («Remigrazione contro l’islamizzazione»), e viene ripresa negli anni successivi da esponenti della Lega, che la utilizzano per indicare una soluzione estesa e non limitata ai soli casi di irregolarità o criminalità.

Un ruolo centrale in questa rielaborazione è svolto dall’attivista austriaco Martin Sellner, figura di riferimento del movimento identitario europeo. Dopo l’inchiesta del collettivo giornalistico Correctiv sull’incontro di Potsdam del novembre 2023, il termine entra con forza nel dibattito pubblico. Poche settimane dopo, Sellner pubblica Remigration. Ein Vorschlag (2024), una sistematizzazione del concetto come soluzione politica alla questione migratoria.

Non a caso, nel 2023 il termine viene indicato da diversi osservatori linguistici e culturali come non-word of the year: una parola formalmente corretta, ma semanticamente manipolata, il cui uso segnala un’operazione politica più che una reale esigenza descrittiva.

È in questi passaggi che remigrazione diventa un contenitore ideologico, capace di accogliere proposte molto diverse sotto un’unica etichetta. La sua efficacia sta anche nella storia linguistica “pulita”: non è immediatamente associato a pratiche violente e consente di evitare parole come deportazione o espulsione di massa, cariche di un peso storico difficile da sostenere. La vicinanza di significato tra remigrazione e questi termini è tuttavia negata dai suoi promotori e sostenitori.

Il rischio dell’eufemismo

È qui che si apre il nodo più delicato. Il recupero di remigrazione rientra in una strategia di risemantizzazione intenzionale tramite l’eufemismo: una parola dal significato neutro viene reimpiegata in un nuovo contesto e caricata di un contenuto negativo radicalmente diverso, attenuandone l’impatto emotivo. Il risultato è un termine che suona tecnico, quasi amministrativo, ma che può veicolare progetti di forte impatto umano e sociale.

Il pericolo non sta solo nella parola in sé, ma nell’effetto che produce sull’opinione pubblica. L’eufemismo abbassa le difese critiche e rende accettabili idee che, se chiamate con il loro nome, susciterebbero maggiore resistenza. Quando il linguaggio smussa, semplifica e normalizza, prepara il terreno a uno spostamento progressivo del dibattito: prima le parole cambiano significato, poi cambiano i confini di ciò che è pensabile.

Implicazioni sociali e giuridiche

L’adozione del termine remigrazione nel discorso politico non è una questione puramente lessicale. Quando una parola cambia funzione, cambiano anche le categorie attraverso cui una società pensa se stessa, i suoi confini e i suoi diritti. Le implicazioni sociali e giuridiche di questa trasformazione sono profonde e meritano di essere esplicitate.

La frattura sociale e la storia dimenticata

Sul piano sociale, l’idea di remigrazione introduce una distinzione implicita ma decisiva tra chi è considerato parte stabile della comunità e chi è presente solo a titolo provvisorio. Non si tratta più soltanto di distinguere tra regolarità e irregolarità giuridica, ma di costruire una gerarchia di appartenenza. Anche chi vive, lavora e rispetta le regole può essere percepito come reversibile, come qualcuno la cui presenza è sempre potenzialmente negoziabile.

Questo produce un effetto corrosivo sulla coesione sociale. L’integrazione perde senso se è priva di una prospettiva di stabilità; la fiducia reciproca si indebolisce se una parte della popolazione vive sotto la minaccia simbolica del ritorno formalmente presentato come volontario. In questo quadro, il conflitto non nasce solo tra “italiani” e “stranieri”, ma attraversa l’intero tessuto sociale, alimentando insicurezza, sospetto e polarizzazione.

C’è a monte un aspetto più profondo, spesso dato per scontato o rimosso del tutto: certe idee si basano su una concezione statica delle società umane che non trova riscontro nella storia. Le migrazioni non sono un’anomalia recente né una deviazione dall’ordine naturale delle cose; sono, al contrario, uno dei processi strutturali più costanti della storia dell’umanità. Spostamenti di popolazioni, incontri, scontri, mescolanze e assimilazioni hanno modellato continenti, culture, lingue, istituzioni e corredi genetici molto prima dell’età contemporanea.

Ignorare questa evidenza storica significa trasformare un tratto costitutivo dell’esperienza umana in un problema da correggere.

Il nodo giuridico: diritti o concessioni?

Dal punto di vista giuridico, la questione è ancora più delicata. Il lessico della remigrazione tende a spostare l’asse del diritto dalla titolarità dei diritti alla concessione della permanenza. La presenza dello straniero non è più vista come una condizione regolata e tutelata da norme, ma come un beneficio revocabile in funzione di valutazioni politiche, culturali o identitarie.

Questo spostamento ha conseguenze rilevanti. Se la permanenza diventa una concessione, allora anche i diritti che ne derivano — lavoro, ricongiungimento familiare, accesso ai servizi — rischiano di perdere il loro carattere di garanzia. Si apre così uno spazio di discrezionalità che entra in tensione con i principi fondamentali dello Stato di diritto, secondo cui le limitazioni devono essere individuali, motivate e proporzionate.

Volontarietà e coercizione indiretta

Uno degli elementi più problematici del discorso sulla remigrazione è l’insistenza sulla sua presunta volontarietà. Dal punto di vista giuridico, una scelta può dirsi libera solo se è compiuta in un contesto di alternative reali. Quando, invece, la permanenza viene progressivamente svuotata di tutele — attraverso restrizioni ai diritti, precarizzazione dello status giuridico, stigmatizzazione sociale — la “scelta” del ritorno rischia di configurarsi come una forma di coercizione indiretta.

In questo senso, la distinzione tra espulsione forzata e remigrazione volontaria diventa più fragile di quanto appaia. Il diritto non valuta solo l’atto finale, ma l’intero contesto che lo rende possibile o inevitabile.

Il principio di responsabilità individuale

Un altro punto critico riguarda il principio di responsabilità. L’ordinamento giuridico moderno si fonda sull’idea che le sanzioni colpiscano comportamenti individuali, non appartenenze collettive. Criminalità, sfruttamento o rifiuto delle regole sono problemi reali e vanno affrontati con strumenti mirati: diritto penale, controlli sul lavoro, espulsioni individuali nei casi previsti dalla legge.

La logica della remigrazione, invece, tende a spostare l’attenzione dal comportamento all’identità, dal singolo alla categoria. Questo passaggio rappresenta una rottura profonda con la tradizione giuridica liberale e apre la strada a forme di responsabilità collettiva difficilmente compatibili con i principi costituzionali.

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Un precedente che va oltre l’immigrazione

Infine, c’è un rischio più ampio, spesso sottovalutato. Una volta accettata l’idea che l’appartenenza possa essere revocata o resa condizionata per un gruppo specifico, il precedente è posto. La storia mostra che i meccanismi di esclusione, una volta legittimati, tendono ad allargarsi. La questione migratoria diventa così un banco di prova per una ridefinizione più generale del rapporto tra individuo e Stato.

In questo senso, le implicazioni sociali e giuridiche della remigrazione non riguardano solo chi migra, ma il modello di cittadinanza che una società decide di adottare. Interrogare una parola come “remigrazione” significa, in definitiva, interrogare il tipo di società che si intende costruire: non solo attraverso le leggi che si propongono, ma attraverso il linguaggio con cui le si rende pensabili.

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