SPECIALE: Intervista al professor Giuseppe Nascetti, l’evoluzione umana tra scienza e futuro

SPECIALE: Intervista al professor Giuseppe Nascetti, l’evoluzione umana tra scienza e futuro

di Chiara Morelli

Giuseppe Nascetti, professore ordinario di Ecologia e prorettore dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo dal 1994, si dedica da oltre 35 anni allo studio della struttura genetica delle popolazioni naturali. La sua ricerca spazia dalla diversità genetica inter e intrapopolazionale alle relazioni genotipo-ambiente, dal ruolo evolutivo del flusso genico all’ibridazione in natura, dai meccanismi di speciazione alla coevoluzione parassita-ospite. Con oltre 200 pubblicazioni su riviste internazionali qualificate e numerosi interventi nel programma televisivo Geo&Geo, il Professor Nascetti è anche responsabile scientifico di progetti di recupero, conservazione e sperimentazione sulla biodiversità ambientale e ha fondato il primo Centro Ittiogenico Sperimentale Marino (CISMAR).

È un vero onore per Quia Magazine poter incontrare il Professor Nascetti e raccogliere le sue riflessioni in questa intervista. Lo ringrazio sentitamente per il tempo che ha dedicato alla nostra redazione e ai nostri lettori.

Iniziamo subito con una domanda curiosa: cosa vorrebbe fare “da grande”?

Uno dei maggiori rimpianti nella mia carriera di professore e ricercatore è non aver approfondito lo studio dell’uomo. Ho dedicato la mia ricerca a osservare numerosi fenomeni in specie come l’insetto stecco e il Bulinus, che hanno ottenuto un notevole successo evolutivo dopo l’ibridazione, con esiti diversi che le hanno portate a proliferare, estinguersi o rimanere come piccole popolazioni. Facendo un paragone, direi che anche l’uomo possiede queste caratteristiche.

Quando ero studente, con il mio professore Bullini, discutevamo fino a tarda notte sul “perché l’uomo ha avuto questo successo?”. All’epoca, le conoscenze sul DNA umano erano limitate rispetto a oggi. Spesso ci interrogavamo: “Non saremo anche noi ibridi?”. Siamo partiti da una prospettiva inversa: basandoci sull’esperienza dell’insetto stecco, ci siamo chiesti come mai un vertebrato avesse avuto un successo evolutivo così straordinario. Abbiamo ipotizzato: “Sarà ibrido anche lui!”. E ci avevamo azzeccato. Non è un nostro merito, ma lo studio di altre specie ci ha permesso di formulare un’ipotesi, tra noi che non studiavamo l’uomo, che è stata poi confermata dalla comunità scientifica globale. Quindi, la risposta alla domanda è: “Da grande, farò il genetista umano!”.

Qual è il nostro legame con le altre specie viventi?

Fino a prova contraria, siamo anche noi animali. Condividiamo gran parte del nostro DNA con il nostro progenitore, lo scimpanzé, ma abbiamo molti geni in comune anche con un batterio. Poi, ognuno è libero di credere ciò che vuole: fede e scienza sono due ambiti distinti.

L’immagine comune che l’uomo discenda direttamente dalla scimmia è un’interpretazione errata di un fenomeno non presente nel regno animale. Questa errata interpretazione ha portato all’idea di diverse “razze” umane: un concetto del tutto sbagliato! Cavalli-Sforza dimostrò che tutti i diversi fenotipi umani presentano un basso differenziamento genetico. Non siamo quindi in presenza di razze diverse, ma di popolazioni con fenotipi distinti e, soprattutto, di una grande variabilità. Nessuna specie animale possiede una variabilità genetica naturale così elevata, a eccezione delle selezioni artificiali dei cani, che dimostrano quanta variabilità possa esistere all’interno di una specie. Cavalli-Sforza non giunse a questa conclusione, e purtroppo morì prima delle recenti scoperte sul DNA. Sarebbe stato l’uomo più felice del mondo: queste scoperte avrebbero avvalorato la sua tesi e la sua dimostrazione che non esistono razze diverse, ma una variabilità enorme dovuta all’ibridazione tra specie diverse.

Cosa ci ha permesso di scoprire queste verità?

La tecnologia ci è di enorme aiuto. Tutte le tecniche di genetica molecolare hanno compiuto progressi incredibili negli anni. Quando ho iniziato come studente, eravamo agli albori della genetica. Poi, con i sequenziatori e le nuove tecnologie, soprattutto con laboratori iper-sterili dedicati esclusivamente allo studio dell’uomo, si è aperta una strada immensa. Vi assicuro che è necessario un grande finanziamento per creare un laboratorio di quel tipo, perché il minimo inquinamento può portare a risultati fuorvianti! Quindi, la tecnologia avanzata e il sequenziamento del DNA hanno aperto una strada enorme, che è ancora tutta da percorrere: siamo ancora all’inizio.

In che direzione può avanzare la ricerca?

Abbiamo iniziato a scoprire alcune cose, ma la scienza è sempre così. Come diceva Galileo, la scienza procede per tappe: si arriva a una certa dimostrazione, ma la dimostrazione successiva porta, non dico a smentire, ma ad approfondire ciò che l’esperimento precedente aveva dimostrato.

Come vede la storia evolutiva futura della nostra specie?

La storia evolutiva della nostra specie la vedo molto a rischio. Quasi tutti gli ecologi a livello mondiale sono pessimisti, e credo che quanto sta accadendo in questi giorni sia solo l’inizio di un processo che, se non cambiamo direzione, ci condurrà inevitabilmente a una condizione di rischio. Anche lo studio della condizione delle specie dimostra che, quando raggiungono una dimensione demografica molto elevata, gli individui entrano in competizione e si verifica o una divisione della nicchia (cosa che, a quanto pare, gli esseri umani non vogliono fare) o un’interferenza diretta con l’eliminazione dell’altro.

Credo che stiamo assistendo a grandi e piccoli episodi con le guerre in corso, anche vicino a noi, su un pianeta con una popolazione che ha superato gli 8 miliardi di persone. Ma è fondamentale capire che se il nostro modello di sviluppo occidentale, legato al famoso PIL – su cui si dovrebbe dire molto – implica che una popolazione cresce all’infinito, e che un PIL positivo significa aver prodotto più dell’anno precedente, quindi consumare di più. Se questo modello viene applicato a tutti gli 8 miliardi di persone, il che democraticamente sarebbe anche giusto, non c’è lo spazio ecologico per un nuovo ciclo di consumo per tutti. Basti pensare a quanto consumano gli americani o anche noi europei! Le risorse, non solo energetiche, ma anche acqua, cibo e spazio territoriale, non sono sufficienti.

È chiaro quindi che dobbiamo risolvere questo problema di convivenza tra le varie popolazioni umane che abitano il pianeta, ma cambiando completamente rotta e modello di sviluppo. Produciamo e consumiamo troppo, e il pianeta non ce lo permette, tanto è vero che sta iniziando a mostrare segnali, non solo con i cambiamenti climatici, ma anche con gli oceani in over-fishing: presto non ci saranno più pesci da mangiare. E “presto” significa in un futuro vicino: forse non accadrà nel corso della vostra vita, ma i vostri figli e nipoti avranno risorse molto minori e, soprattutto, un pianeta che inizierà a presentare il conto, inclusi i cambiamenti climatici.

L’evoluzione dell’uomo va  oltre Darwin e le “razze”?

I miei studi si sono rivolti prevalentemente al mondo animale, ma ora mi sto occupando di uno studio importante che riguarda l’evoluzione dell’uomo, di cui mi sono fatto portavoce. Tutti conosciamo la famosa immagine dell’uomo che si è evoluto dalla scimmia secondo la teoria di Darwin. Ma è andata davvero così?

Partiamo dall’inizio: quante e quali specie di uomo sono esistite e quali caratteristiche genetiche le contraddistinguono? Come si sono formate le diverse specie di uomo? La risposta a queste domande è proprio nella nostra evoluzione. Per spiegarlo, al di là del cespuglio evolutivo come descritto da Darwin, riepiloghiamo ciò che è accaduto, perché questo ci fornisce gli strumenti per interpretare quanto successo in seguito: la copresenza, negli ultimi 100.000 anni, di cinque specie diverse.

Una domanda conseguenziale è: cosa può fare la ricerca in più? Per esempio, non sappiamo quasi nulla della specie Homo floresiensis, mentre conosciamo il Denisova, che non è altro che un Neanderthal asiatico, ma non era esattamente “il” Neanderthal. La ricostruzione della sequenza del DNA mostra quanto il Sapiens sia diverso dal Neanderthal e dal Denisova e ricostruisce i tempi di separazione, che non sono avvenuti ieri l’altro. Parliamo di circa mezzo milione di anni o più quando avvenne la prima separazione dal Sapiens, quando gli antichi Sapiens arrivarono e colonizzarono Europa e Asia. Poi rimasero isolati, arrivarono le glaciazioni, e si adattarono a questo ambiente che cambiava: mutò il colore della pelle, si stabilizzarono gli occhi azzurri e i capelli chiari, tutti adattamenti al freddo e all’alta quota. Ecco i Denisova. Poi anche i Denisova e i Neanderthal si separarono; ovviamente, tutto ciò richiese decine o centinaia di migliaia di anni, ma questa separazione fu soprattutto dovuta ai periodi freddi in cui queste specie furono ridotte al lumicino, sopravvivendo grazie agli adattamenti al freddo.

Quali interazioni ci sono state tra le specie umane e quali sono state le scoperte chiave?

Tecnicismi a parte, ciò che conta è il risultato finale, ovvero la separazione tra Sapiens in Africa, Neanderthal in Europa e Denisova in Asia. Ma ora la domanda è: cosa succede intorno a 70.000 anni fa? Ripartono questi gruppi di uomini con dopamina e livelli di aggressività più alti, i cosiddetti “esploratori”. Sembra che anche in molti animali esistano i “pantofolai” e gli “esploratori”.

Un gruppo di esploratori partì e arrivò in Europa e in Asia, trovando queste altre specie di uomini adattate al freddo. Come mostrato nelle varie migrazioni, si incontrarono con i Neanderthal e con i Denisova. In realtà, c’erano già stati alcuni mescolamenti tra Denisova e l’Homo Erectus. Quindi, in sintesi, era un processo di speciazione, come abbiamo visto con le zone di contatto, praticamente quasi ultimato, perché un tipo di incrocio era completamente sterile, come dimostrato con i cromosomi: i maschi di Sapiens con le femmine di Neanderthal, anche se si accoppiavano, non davano origine a prole. Ciò che ha acceso il “problema” è che le femmine di Sapiens con i maschi di Neanderthal, dopo l’accoppiamento, tornavano ai loro nuclei e partorivano questi bambini ibridi che si accoppiavano poi all’interno dei nuclei di Sapiens.

Ecco perché abbiamo un’introgressione unidirezionale: sterilità in un verso e fertilità parziale nell’altro. Ma soprattutto, è stata la selezione naturale a favorire l’ingresso di questi geni, perché i Sapiens africani, abituati a un clima molto caldo, come potevano sopravvivere in un’Europa fredda? Ci riuscirono perché avevano incamerato, tramite l’introgressione, i geni di Neanderthal e Denisova, acquisendo così questa possibilità.

Quindi, ricapitolando: le femmine di Homo Sapiens provenienti dall’Africa, abituati a un clima caldo, unendosi con i maschi di Neanderthal provenienti dall’Europa, abituati a un clima freddo, procrearono bambini ibridi capaci di resistere ai climi europei più rigidi. Questi ibridi, essendo più aggressivi, riuscirono a prevalere sugli altri gruppi preesistenti. Questa è una scoperta molto importante, ma perché è poco nota?

L’interesse è di varia natura. Innanzitutto, penso che ciò che si scopre sulla nostra specie dovrebbe essere di importanza assoluta, perché finalmente si può comprendere il perché di tutte queste “facce”, anche per motivi culturali. Ma ci fa capire, anche in funzione di tutte le altre specie che ho studiato nella mia vita da ricercatore, che è grazie all’ibridazione che si ottiene un successo evolutivo. Solo che, a differenza dei miei studi sugli insetti stecco o sul Bulinus, questa volta ha riguardato un primate.

Il Sapiens ibrido da quel momento ha eliminato, forse anche direttamente, Neanderthal e Denisova, dato che era una variante più aggressiva. Abbiamo incamerato anche geni vantaggiosi dai due gruppi: siamo diventati una specie “esplosiva”, se vogliamo, tant’è vero che 20-15 mila anni fa Neanderthal e Denisova non c’erano già più (si erano estinti 400 mila anni fa).

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Da cosa è stata determinata la scomparsa delle altre specie umane? Come vede la futura evoluzione dell’uomo?

È una domanda a cui lascio un punto interrogativo: ho una mia opinione. Ma la colonizzazione di tutto il pianeta è avvenuta dopo l’ibridazione, perché dallo stretto di Bering passarono questi nuovi Sapiens quando non c’era più nemmeno il gruppo dei Denisova. Lì passarono un centinaio tra uomini e donne, naturalmente da Bering, e diedero origine in 15.000 anni a tutte le civiltà conosciute: Incas, Maya, Indios della foresta brasiliana ecc., tutte prendono origine da quell’evento. Poi, ci sembra poco che siano arrivati in tutta l’Indonesia, l’Australia, la Nuova Zelanda? Ciò è avvenuto grazie alla capacità di una specie poli-ibrida.

Ma la prova del nove è che il Sapiens cosiddetto “puro”, senza introgressione genetica, è rimasto fino a poche centinaia di anni fa in Africa, legato al suo ambiente naturale, mentre è il Sapiens ibrido che ha colonizzato tutto il globo e poi ha portato a noi. I Sapiens “puri” sono stati portati come schiavi in America. Sembra poco questo? L’interpretazione evolutiva ci fa capire come il Sapiens ibrido ha fatto ciò che ha fatto, anche al pianeta.

Quindi, per rispondere a come vedo io l’evoluzione, è chiaro che se non cambiamo i comportamenti dell’attuale Homo Sapiens ibrido, tra l’altro stiamo cercando di farci imitare anche dal Sapiens puro. Perché stanno tutti migrando gli africani? Vedono il nostro modello di vita e vogliono venire a vivere da noi perché pensano che stiamo meglio… non sanno quanto si sbagliano.

Dal punto di vista mediatico, come viene percepita l’ibridazione umana?

Ovviamente non sono il primo a raccontare questa storia, ma lo faccio da qualche anno e ho tenuto seminari al Palazzo dei Papi, oltre a discuterne con gli studenti. Ne hanno parlato anche in televisione i nostri divulgatori ambientali come Alberto Angela e Mario Tozzi, ma con un taglio diverso dal mio. Hanno menzionato l’ibridazione, ma senza spingersi fino all’interpretazione finale del nostro successo evolutivo che sta influenzando anche le sorti del pianeta. Se questa specie ibrida non fosse nata, il pianeta sarebbe stato colonizzato da più specie di Homo e probabilmente la storia sarebbe stata diversa.

Dal punto di vista scientifico, siamo tutti della stessa “specie”?

Dal punto di vista scientifico, Cavalli-Sforza lo ha già dimostrato: non c’è differenza. Una cosa è la variabilità tra gli individui, un’altra è il differenziamento che c’è tra me e te, tra te e lei, ecc. Questi differenziamenti, le distanze, sono piccole. Quindi, tutti i volti delle diverse persone non sono razze, ma sono legati alla natura poli-ibrida dell’Homo Sapiens, e quindi di un uomo ibrido. Se consideriamo che con i Sapiens “puri”, quindi con le popolazioni africane, abbiamo una fertilità assoluta, possiamo tranquillamente affermare che siamo tutti la stessa specie, stessa genetica, solo che la nostra storia dovuta all’ibridazione ci ha permesso di avere tanti fenotipi e tanti genotipi diversi: le razze umane non esistono!

Qual è il ruolo di un biologo ambientale in questo scenario?

Per un biologo ambientale, la nostra storia evolutiva è fondamentale, soprattutto per chi intraprende la ricerca sia su questa strada aperta del DNA a livello di conservazione. La storia del nostro DNA è importante perché abbiamo visto come il recupero di variabilità genetica tramite l’ibridazione offra alla specie la possibilità di sopravvivere. La nostra storia evolutiva dimostra che possiamo recuperare la diversità tra gli individui con il recupero di variabilità. La storia evolutiva è importante per comprendere una buona conservazione della biodiversità, con tecniche scientifiche, non solo passione. Un esempio? Quello dell’orso marsicano: andrebbe recuperato perché, così com’è, è un clone genetico senza alcuna possibilità di sopravvivere.

Nonostante la scienza dimostri che non esistano le ‘razze’ umane e che la variabilità sia dovuta solo all’ibridazione tra specie diverse, la società fatica ancora a considerare gli uomini tutti uguali: lo vediamo ogni giorno. Mi domando, allora, come si possa comunicare l’importanza di queste evidenze al di fuori della ricerca scientifica affinchè siano utili alla società?

Spesso le scelte istituzionali risentono di una base culturale un po’ fragile. Al di là dei colori politici, sento che manca quella naturale inclinazione a consultare chi possiede una conoscenza profonda e specialistica della materia. Sarebbe prezioso se le decisioni nascessero da un dialogo più stretto con il mondo della competenza, piuttosto che da una visione isolata.

Sarà necessario farlo, perché se continuiamo così la strada è chiusa. Adesso abbiamo la potenza per eliminare tutta l’umanità e non solo. Si salveranno forse gli insetti, ma di certo non i vertebrati, che sarebbero i primi a scomparire.

È chiaro che ognuno di noi è un cittadino del mondo e può diffondere la propria conoscenza agli altri, anche riguardo ciò di cui abbiamo parlato. Un ultimo esempio: anche il virus del Covid è ibrido tra pipistrello e pangolino. E quale ospite migliore della nostra specie? Siamo tanti, tutti ammucchiati, e ci spostiamo tanto e soprattutto siamo tutti uguali geneticamente. Quindi il virus ha attecchito rapidamente e in modo ottimale e ora sappiamo il perché

Si conclude qui il nostro incontro con il Professor Nascetti a cui rivolgo un ringraziamento speciale non solo per la chiarezza dell’esposizione, ma anche per la gentile accoglienza che ha riservato alla nostra redazione durante questa intervista. È stato un privilegio poter dialogare con lui e portare i suoi spunti di riflessione sulle pagine della nostra testata.

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Crediti immagini:

In copertina, gentile concessione del prof. Giuseppe Nascetti