Posted on: 24 Novembre 2020 Posted by: Redazione Comments: 0

L’arte fatta dagli specialisti del mestiere, io la trovo poco interessante. Quelle che mi interessano sono le produzioni artistiche che saltano fuori da persone estranee agli ambienti specializzati e che vengono elaborate fuori da ogni influenze, in modo del tutto spontaneo e immediato.

 Così dichiarava in uno scritto teorico, il pittore e scultore francese Jean Dubuffet (1901-85) fondatore, dal 1945, del movimento artistico da lui stesso definito Art brut, un’arte grezza e incolta ma spontanea. Le opere brut nascono da persone che vedono nell’arte un canale per dar sfogo alle proprie istanze personali. L’operazione creativa degli artisti brut è consapevolmente o meno indifferente e lontana dalla prassi artistica stabilita dalla tradizione e dai contesti formativi delle accademie, e le loro opere sono fuori dai consueti canali di circolazione e fruizione dell’arte. Gli artisti brut non sono mossi o condizionati da questioni estetiche o economiche, tantomeno da desideri di fama o sentimenti di competizione: creano un’arte che sgorga immediata dal loro essere; un’arte alla quale, come afferma lo stesso Dubuffet, nessuno presta attenzione e che molto spesso non sospetta nemmeno di chiamarsi arte. Si tratta di non professionisti, ospiti di strutture psichiatriche, detenuti dai quali scaturisce un’arte visionaria, fortemente espressiva, senza pretese di mimesi, lontana tanto dalla pittura ufficiale quanto dalla pittura naïf.

 

Gli artisti brut impiegano nelle loro opere, i più vari materiali: accanto alle tecniche tradizionali pittoriche e grafiche, vengono usate sabbie, collanti, pezzi di legno, gesso, stucco che forniscono le loro opere di una prepotente natura tridimensionale, come se la spontaneità intangibile della loro espressione volesse violentemente entrare nel mondo materico dell’esistenza.

Ferdinand Cheval (1836-1924), Palais Idéal du facteur Cheval

Tra i tanti artistici, possiamo qui ricordare Ferdinand Cheval (1836-1924), noto per il suo  Palais Idéal du facteur Cheval, un edificio costruito tra il 1879 e il 1912 a Hauterives, in Francia, con materiali di recupero.

Possiamo anche ricordare Adolf Wölfli (1864-1930), affetto da schizofrenia, si dedicò all’arte, creando uno stile personalissimo di trasfigurazione della realtà, caratterizzato dalla ripetitività ossessiva delle forme e dei motivi, quasi volesse aggrapparsi con tutte le forze al sottile filo che legava debolmente la sua mente a quella realtà.

Tra gli italiani, si possono citare Carlo Zanelli (1916-74), Filippo Bentivegna (1888-1967) e Eugenio Santoro (1920-2006).

Adolf Wölfli (1864-1930), Irren-Anstalt Band-Hain, 1910

La maggior parte delle opere brut è oggi conservata a Losanna, presso la Collection de l’Art Brut, istituita negli anni Settanta, grazie alle donazioni dello stesso Dubuffet.

Moreno Stracci ©

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