I segreti del Foro Romano: dall’Arco di Tito ai prodigi imperiali tra storia e leggenda
di Fabio Morelli
Il Foro Romano, cuore pulsante della civiltà classica e palcoscenico della vita pubblica, giudiziaria e religiosa dell’antica Roma, non è soltanto una straordinaria distesa di rovine monumentali. È un luogo in cui la grande Storia si fonde indissolubilmente con il mito popolare, le credenze medievali e i racconti bizzarri tramandati nei secoli.
Inquadramento storico e archeologico
Nato originariamente come area paludosa compresa tra il Palatino e il Campidoglio, il Foro venne bonificato nel VI secolo a.C. con la costruzione della monumentale Cloaca Maxima. Nel corso dei secoli si trasformò nel centro politico, economico e religioso dell’Impero, arricchendosi di basiliche, curie, archi di trionfo e templi maestosi.
La sua monumentalità è il frutto del lavoro di innumerevoli generazioni, dai re di Roma fino agli imperatori (come Augusto, Vespasiano, Domiziano e Settimio Severo) che vollero lasciare un segno indelebile della propria grandezza.
Oggi l’area archeologica centrale di Roma rappresenta uno dei parchi storici più importanti al mondo, capace di restituire intatta la suggestione di un impero che ha plasmato la cultura occidentale.
Storie, aneddoti e curiosità dalle pagine del Foro
Le cronache, i reperti e la poesia popolare custodiscono storie insospettabili legate ai monumenti più celebri dell’area forense.
L’Arco di Tito e gli ebrei: una leggenda lunga secoli
All’interno dell’Arco di Tito (in foto) si trova un famosissimo bassorilievo che raffigura il corteo del trionfo romano dopo la presa di Gerusalemme nel 70 d.C., con l’inconfondibile bottino sottratto al Tempio: la tavola dei pani di proposizione e il candelabro a sette bracci (menorah). Per secoli, una rigida tradizione popolare tramandata dai romani voleva che, a causa di quel bassorilievo simbolo della loro sconfitta, nessun ebreo passasse mai sotto la volta dell’arco, preferendo aggirarlo lungo i margini di Campo Vaccino.
La forza di questa credenza popolare venne immortalata dal poeta Giuseppe Gioachino Belli in un celebre sonetto scritto il 10 settembre 1830, che qui si riporta integralmente come tramandato dalle fonti storiche:
L’arco di Tito e gli ebrei
A quer tempo che Tito imperatore,
co premissione che je diede Iddio,
muvé la guerra ar popolo giudio
pe gustagllo che ammazzó er Signore;
lui ridunó la robba de valore,
dicenno: «Cazzo, quer ch’è d’oro è mio».
E li scribba che javeno pio pio,
te li fece snerbà dar correttore.
E poi scrivette a Roma a un omo dotto,
cusì e cusì che frabbiccassi un arco
co li cudrini der gioco dell’otto.
Si ce passònno li Giudi! Sammarco!
Ma adesso, prima de passacce sotto,
se fariano ferrà dar maniscalco.
Il candelabro d’oro nel Tevere
Una leggenda parallela narra che il favoloso candelabro d’oro originale, dopo essere stato portato a Roma nel 70 d.C., finì per essere gettato nel fiume Tevere durante le confusioni dei saccheggi (come quello dei Goti di Alarico), alimentando per secoli la speranza di pescatori e cacciatori di tesori di ritrovarne un giorno i resti preziosi.
Papa Silvestro e il drago nel Foro
Si narra che nei primi secoli dell’era cristiana, nei pressi del Tempio di Castore e Polluce, vivesse un drago di enormi dimensioni la cui aria pestilenziale sterminava chiunque si avvicinasse. Papa Silvestro I (314-317) decise di liberare la zona da tanta calamità: affrontò il mostro disarmato, protetto solo dalla forza della fede, e gli legò le fauci con un fil di seta. Paralizzato dalla forza della fede, il drago fu condotto al Foro e sotterrato, mentre la vicina chiesa di S. Maria Liberatrice (poi demolita nel Novecento per ripristinare il livello antico) fu edificata proprio per ricordare l’evento. Gli storici moderni ipotizzano che la leggenda nasca semplicemente dal fatto che in epoca classica l’area del Foro fosse spesso infestata da ristagni d’acqua maleodoranti e zanzare portatrici di malaria.
Il tempio del Divo Romolo e la serratura eccezionale
Tra i monumenti meglio conservati del Foro vi è il tempio circolare dedicato al giovane Romolo (figlio di Massenzio, morto nel 309 d.C.). Sulla sua facciata si conserva ancora oggi un portone di bronzo antico coevo, risalente al IV secolo, la cui complessa serratura funziona ancora con incredibile perfezione dopo tanti secoli!
Tegole d’oro e travi di bronzo
Nel grandioso tempio di Venere e Roma (II secolo a.C.) le recenti indagini archeologiche hanno confermato che l’edificio originario era coperto da tegole d’oro o dorate, e che all’interno custodiva splendide volte cassettonate arricchite da travi in bronzo dorato.
Il mistero delle monete fuse
Sul pavimento della Basilica Emilia si notano ancora oggi curiose macchie verdognolo-azzurre: non si tratta di marmi colorati, ma della testimonianza tangibile della fusione di migliaia di monete avvenuta durante il devastante incendio appiccato dai Goti di Alarico nel 410 d.C., quando il saccheggio della città fuse letteralmente il metallo con i lastricati marmorei.
Un patrimonio senza tempo
Tra la solennità dei marmi imperiali, i versi caustici del Belli e le tracce di antichi incendi, il Foro Romano continua a raccontare la sua storia millenaria. Un archivio a cielo aperto dove ogni pietra custodisce un frammento dell’anima eterna di Roma e vederlo dal vivo ti fa capire quanto il genio della mente umana sia pieno di bellezza visionaria.
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