L’eco delle cose trascurabili: la lezione di Marc Bloch
di Andrea Petriccione
Siamo erroneamente abituati a considerare le fonti storiche come un quid prodotto appositamente per conservare e tramandare una testimonianza. Ma non tutte le fonti nascono con questo scopo insito in sé. E non per questo non hanno cittadinanza come fonti storiche: lo è, difatti, tutto ciò che può aiutarci a conoscere e comprendere il passato. Anzi, a volte sono proprio le tracce più comuni e apparentemente insignificanti a raccontarci aspetti di un’epoca.
Lo aveva compreso bene un tale, fra i fondatori della storiografia moderna, Marc Bloch, invitandoci a guardare alle fonti oltre le intenzioni di chi le ha prodotte. Come detto, infatti, per il buon Bloch una testimonianza può diventare fonte storica anche quando non è nata con il fine di raccontare il passato. Secondo questa concezione, un documento può quindi rivelare informazioni che il suo autore non aveva mai pensato di trasmettere. È questa la forza della cosiddetta «fonte suo malgrado»: ciò che non voleva parlare finisce, in ogni caso, per raccontare. In quest’ottica, lo storico non si limita a leggere ciò che una fonte esplicita, ma cerca anche ciò che essa può rivelare, proprio perché ogni oggetto può contenere informazioni che non sono immediatamente ravvisabili.
Perciò fare storia significa imparare ad ascoltare, con esercizio di attenzione, anche ciò che le fonti raccontano senza volerlo: uno scontrino può raccontare le abitudini di consumo di una famiglia, una fotografia può restituire usanze di vita o rapporti sociali, una pubblicità può dirci quali prodotti venivano venduti o persino quali fossero i desideri e gli ideali di un’epoca.
Insomma, in ciò che consideriamo ordinario possono nascondersi indizi capaci di raccontare un’intera epoca.
E noi stessi, figli del nostro tempo, senza rendercene conto, anche se non per essere studiati bensì per vivere, stiamo producendo e disseminando continuamente tracce del nostro presente: contenuti audiovisivi, post, ricevute, ricerche e molto altro ancora. Tracce capaci di raccontare chi siamo, le nostre abitudini e il modo in cui viviamo, e che, con tutta probabilità, saranno in futuro osservate e analizzate per comprendere la società di oggi. Siamo quindi, pur senza volerlo, come invero sosteneva Bloch, tutti “fonti suo malgrado” del futuro. E forse è proprio questo il paradosso: mentre cerchiamo continuamente di affidare un’immagine di noi stessi agli altri, contemporanei o posteri che siano, sono spesso le cose che non abbiamo pensato di mostrare a rivelarci maggiormente.
Una storia che è più che mai fatta anche di tutto ciò che abbiamo trasmesso senza sapere che, un giorno, avrebbe parlato di noi, si rivaluta allora nell’imparare a riconoscere l’importanza nascosta nelle cose solo apparentemente insignificanti.
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