Dal tubo catodico allo schermo piatto, storia di una televisione
di Fabio Morelli
C’è una fotografia, scattata in un salotto qualunque degli anni Cinquanta, che dice più di mille manuali di storia della tecnologia: una famiglia seduta in cerchio, le luci spente, gli occhi puntati su uno schermo grande quanto un piatto da portata, incastonato in un mobile di legno massiccio pesante quanto un armadio. Quello schermo era una finestra magica. Oggi lo guarderemmo con la stessa tenerezza con cui si guarda una fotografia in bianco e nero dei nonni: eppure la strada che porta da lì al pannello OLED da 65 pollici appeso come un quadro nei nostri soggiorni è una delle avventure più sorprendenti della tecnologia moderna.
Un tubo pieno di vuoto
Tutto comincia, paradossalmente, con il nulla. Il tubo catodico è in sostanza un’ampolla di vetro svuotata dell’aria, dentro cui un cannone elettronico spara un fascio di elettroni contro uno strato di fosfori. Quando gli elettroni colpiscono i fosfori, questi si illuminano. Ripetuto migliaia di volte al secondo, riga dopo riga, questo bombardamento disegna un’immagine che il nostro occhio, percepisce come continua. Tra le curiosità più belle della storia della televisione c’è quella di Philo Farnsworth, un ragazzo americano cresciuto in una fattoria dell’Idaho senza elettricità fino ai quattordici anni. Si racconta che l’idea del sistema di scansione elettronica dell’immagine gli venne osservando i solchi paralleli lasciati dall’aratro in un campo di patate. Se un’immagine poteva essere scomposta in linee, come quei solchi, forse poteva anche essere ricostruita elettronicamente riga per riga. Farnsworth aveva appena vent’anni quando, nel 1927, trasmise la sua prima immagine elettronica: una semplice linea retta. Quando i suoi finanziatori gli chiesero quando avrebbero visto qualcosa di più interessante, pare abbia risposto con una battuta destinata a restare celebre: gli avrebbe mostrato dei dollari. E in effetti la prima immagine davvero “di senso compiuto” trasmessa nel suo laboratorio fu proprio il simbolo del dollaro. Per le prime trasmissioni regolari dobbiamo aspettare gli anni Trenta in Gran Bretagna e Germania, ma fu soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale che la televisione esplose come fenomeno di massa.
In Italia il debutto ufficiale della RAI avvenne il 3 gennaio 1954, e per una generazione intera possedere un televisore in casa fu un segno di status sociale prima ancora che un elettrodomestico: non era raro che i vicini di casa si radunassero nel salotto di chi aveva “la tivù” per guardare insieme il varietà del sabato sera.
Il colore e il telecomando
Il passaggio al colore fu un’altra piccola odissea tecnica. Il sistema NTSC, adottato negli Stati Uniti già nel 1953, era talmente instabile nella resa cromatica che gli stessi tecnici americani lo ribattezzarono ironicamente Never The Same Color (“mai lo stesso colore”). L’Europa, più cauta, sviluppò sistemi alternativi — PAL e SECAM — che arrivarono nei salotti solo a fine anni Sessanta e, in Italia, addirittura nel 1977.
E il telecomando? Una delle invenzioni più sottovalutate della storia del costume. Il primo modello commerciale, lo Zenith Flash-Matic del 1955, funzionava a raggi di luce puntati verso sensori fotoelettrici posizionati agli angoli dello schermo — con il piccolo inconveniente che anche il sole che entrava dalla finestra poteva cambiare canale per conto proprio.
Dal tubo catodico al LED
Per quasi settant’anni il tubo catodico regnò incontrastato, ma portava con sé un limite fisico non aggirabile: più lo schermo era grande, più il tubo doveva essere profondo. I televisori a proiezione degli anni Ottanta e Novanta erano veri mobili-corazzati.
La svolta arrivò con tecnologie che permettevano di controllare la luce senza bisogno di un cannone elettronico e di uno spazio vuoto dietro lo schermo: i pannelli al plasma, che sfruttano piccole celle di gas ionizzato, e soprattutto i display a cristalli liquidi (LCD), in cui minuscoli otturatori orientano la luce di un retro illuminatore.
Da lì, il passo verso i pannelli OLED — capaci di generare luce propria pixel per pixel, senza bisogno di retroilluminazione — ha portato agli schermi sottilissimi e ai neri profondi a cui siamo oggi abituati.
Curiosità
È curioso pensare che la parola “televisione” — dal greco tele, lontano, e dal latino visio, visione — sia rimasta identica nel tempo, mentre l’oggetto che descrive ha attraversato quattro rivoluzioni tecnologiche complete: dal tubo catodico al plasma, dal plasma all’LCD, dall’LCD all’OLED, e oggi verso i display MicroLED che promettono di superarli tutti.
Un mobile diventato invisibile
Il televisore, nato come oggetto ingombrante e centrale — un vero e proprio focolare elettronico attorno a cui si radunava la famiglia — è diventato oggi uno schermo sottilissimo che tende a scomparire nell’arredamento, quasi a mimetizzarsi con la parete.
Eppure, nonostante smartphone, tablet e piattaforme di streaming, quel rettangolo continua a occupare il centro simbolico delle nostre case.
Forse è proprio questo il filo che lega la famiglia riunita nel salotto degli anni Cinquanta a quella di oggi, comodamente sdraiata sul divano con il telecomando in mano: il bisogno, antico quanto il fuoco, di radunarsi attorno a una luce che racconta storie.
©2026 Riproduzione riservata
Crediti immagini:
Crediti ai rispettivi autori – ove non diversamente indicato Quia Magazine – tutti i diritti riservati
