L’Isola Tiberina: la nave di pietra tra mito, salute e segreti nel cuore del Tevere

L’Isola Tiberina: la nave di pietra tra mito, salute e segreti nel cuore del Tevere
Foto di LizzCallahan

di Fabio Morelli

Unica isola urbana ad affiorare dalle acque del Tevere nel tratto cittadino di Roma, l’Isola Tiberina rappresenta un luogo dal fascino magnetico dove la storia, il sacro e la medicina si intrecciano da oltre duemila anni. Collegata al resto della città da due dei ponti più antichi e suggestivi della Capitale — Ponte Fabricio (detto dei Quattro Capi) e Ponte Cestio —, questo lembo di terra ha mantenuto intatta nel tempo la sua vocazione originaria: quella di essere un luogo consacrato alla cura, all’accoglienza e alla guarigione.

Inquadramento storico e archeologico

La tradizione popolare romana narra che l’isola si formò nel 510 a.C., quando i romani, cacciato con furore l’ultimo re Tarquinio il Superbo, gettarono nel Tevere le enormi quantità di grano e covoni raccolti nei suoi possedimenti in Campo Marzio. Il grano si accumulò sul fondo impastandosi col limo fino a formare l’isola. Gli studi geologici e archeologici moderni dimostrano tuttavia un’origine ben più antica: si tratta di un affioramento vulcanico naturale attorno al quale il fiume, rallentato dalla curva, ha depositato sedimenti nel corso dei millenni.

Nel 291 a.C., a seguito di una terribile epidemia di peste, i romani inviarono una delegazione al santuario di Esculapio (dio greco della medicina) ad Epidauro. Secondo il mito, un serpente sacro fuggì dalla nave romana risalendo il Tevere e balzò proprio sull’Isola Tiberina, indicando la volontà divina di fondare lì un luogo di culto. I romani eressero il Tempio di Esculapio e, per celebrare l’evento, sagomarono artificialmente i margini dell’isola in travertino d’opera quadrata conferendole la forma di una vera e propria nave da guerra (trireme), con la prua, la poppa e un obelisco centrale collocato a mo’ di albero maestro: insomma, una nave di pietra e terra!

Nel Medioevo, sopra le rovine del tempio pagano di Esculapio sorsero la chiesa di San Bartolomeo all’Isola e, successivamente, l’Ospedale dei San Giovanni di Dio (storicamente noto come Fatebenefratelli), perpetuando ininterrottamente fino a oggi, dopo oltre ventitre secoli, la funzione ospedaliera e terapeutica del luogo.

Storie, aneddoti e curiosità dall’Isola Tiberina

Tra le sue mura di pietra e i suoi chiostri, l’isola custodisce un archivio inesauribile di prodigi, usanze popolari e bizzarri personaggi. Siete pronti a scoprirne alcuni?

La colonna «senza pace» e la rabbia del Pinelli

Al centro della piazza principale dell’isola sorgeva in origine un antico obelisco romano raffigurante l’albero maestro della nave. Nel 1869, papa Pio IX fece erigere al suo posto la monumentale edicola-guglia eseguita da Ignazio Jacometti, ornata dalle statue di San Bartolomeo, San Paolino da Nola, San Francesco d’Assisi e San Giovanni di Dio. In precedenza, in quel punto si trovava una semplice colonna che venne abbattuta dall’urto accidentale di un carro nel 1867.

Proprio su quella vecchia colonna veniva affissa ogni anno, fino alla sua rimozione nel 1870, la lista dei fedeli che non avevano adempiuto al precetto pasquale (l’usanza di “segnare i cattivi”). Nel 1834 il celebre incisore romano Bartolomeo Pinelli si scandalizzò profondamente vedendo il proprio nome affisso tra gli inadempienti: offeso nell’onore per essere stato qualificato come “incisore” invece che come “artista”, andò a protestare vivacemente nella sagrestia di San Bartolomeo per pretendere la rettifica del titolo professionistico!

La «festa dei cocomeri» nei caldi d’agosto

Fino al 1870, ogni 24 agosto (festa di San Bartolomeo) l’Isola Tiberina si trasformava nel teatro della chiassosa e popolarissima «festa dei cocomeri». I cocomerari allestivano vistosi banchi galleggianti e bancarelle colme del frutto estivo. Durante la giornata, gruppi di giovani si sfidavano in spettacolari ed esibizionistiche gare di nuoto tuffandosi da Ponte Cestio e dal tragico Ponte Rotto per acchiappare a mani nude i cocomeri gettati in acqua tra gli applausi del pubblico. Le gare vennero poi vietate dalle autorità per l’elevato pericolo di annegamento tra i mulinelli e le ruote dei mulini natanti del fiume.

La Madonna della Lampada e il miracolo dell’alluvione

Nella prima cappella a destra della chiesa di San Bartolomeo si conserva una veneratissima immagine quattrocentesca della Madonna della Lampada. Durante la catastrofica alluvione del Tevere del 1557, le acque invasero completamente la cappella arrivando a ricoprire l’affresco. Miracolosamente, la fiammella della lampada a olio che ardeva ininterrottamente davanti alla Vergine continuò a bruciare accesa anche sotto la superficie dell’acqua per tutta la durata della piena, alimentando una profonda devozione popolare.

La palla da cannone del 1849

All’interno della cappella del Sacramento, incastrata nel muro, si trova una vera palla di cannone in ghisa (dal diametro di 14 cm). Risale all’assedio di Roma del giugno 1849, quando le artiglierie francesi spararono contro le posizioni garibaldine: l’ordigno penetrò nella chiesa gremita di fedeli in preghiera senza esplodere e senza ferire nessuno, venendo conservato in loco a perenne ricordo dell’evento prodigioso.

Il pozzo del Vassalletto e i martiri romani

Sulle rovine del tempio pagano di Esculapio, l’imperatore Ottone III fece erigere nel X secolo la prima struttura della chiesa. All’interno del presbiterio si conserva ancora un antico pozzo in marmo scolpito nel XII secolo da Nicola d’Angelo Vassalletto. Da questo pozzo i fedeli attingevano un’acqua ritenuta taumaturgica e miracolosa, poiché al suo interno erano state rinvenute le reliquie dei martiri romani Abondio e Abondanzio. Nel corso del Novecento il pozzo venne definitivamente sigillato poiché le indagini chimiche rivelarono che l’acqua era diventata fortemente inquinata e non potabile.

I «Sacconi Rossi» e la tradizione del suffragio

Nata nel XVII secolo, la Venerabile Confraternita dei Devoti di Gesù al Calvario — popolarmente soprannominata dei «Sacconi Rossi» per via dell’abito e del mantello mantellato mantellato di colore rosso fuoco — ha la sua sede nell’oratorio di Santa Maria dell’Orto all’Isola. Ogni 2 novembre (giorno dei defunti), i membri della confraternita danno vita a una suggestiva e solenne cerimonia in suffragio di tutti gli annegati nel Tevere: sfilano in processione al lume delle torce lungo le rive dell’isola per benedire le acque e lanciare una corona di fiori nelle correnti del fiume.

Fra Orsenigo «er cavadenti» e la sfida con Papa Leone XIII

Verso la fine dell’Ottocento operava presso l’Ospedale Fatebenefratelli una figura quasi leggendaria: Fra Giambattista Orsenigo, un frate lombardo prestante e fortissimo noto a tutta Roma come “er cavadenti” (il dentista dell’isola). In un’epoca in cui non esistevano gli anestetici moderni, Fra Orsenigo estraeva i denti guasti ai pazienti con una rapidità e un’efficacia sbalorditive, a titolo del tutto gratuito per i poveri. Tra i suoi clienti illustri figuravano personalità come Giosuè Carducci, Quintino Sella, Menotti Garibaldi e perfino la celebre cantante Adelina Patti.

Si racconta che Fra Orsenigo usasse pochissimi ferri del mestiere: la sua forza era tale da estrarre i denti semplicemente utilizzando le dita della mano destra (il pollice e l’indice)! Durante un’udienza privata, papa Leone XIII gli confidò di soffrire molto a causa di un dente molare che i medici di corte non osavano toccare per paura di fargli male. Il frate gli chiese con naturalezza di mostrare il punto dolente e, prima ancora che il pontefice potesse rendersene conto o avvertire dolore, gli mostrò il dente estratto stretto tra le dita! Stupito da tanta abilità, il Papa gli concesse speciali benedizioni e Fra Orsenigo continuò la sua carriera arrivando a collezionare in tre enormi cassepanche oltre due milioni di denti estratti nel corso della sua vita!

L’isola che non smette di curare

Tra le memorie del dio serpente, le processioni serali dei Sacconi Rossi e le storie dei suoi medici straordinari, l’Isola Tiberina rimane una nave di pietra saldamente ancorata nel cuore di Roma. Un luogo magico e sospeso dove il fiume continua a scorrere portando con sé storie, preghiere e la perenne ricerca della salute.

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