Lo squalo: il film che trasformò l’estate nel territorio dell’ansia
di Moreno Stracci
Nel giugno 1975 usciva nelle sale Jaws, diretto da Steven Spielberg. Il film, basato sul romanzo di Peter Benchley, è passato alla storia come il primo grande blockbuster estivo, capace di cambiare le strategie distributive di Hollywood e di dimostrare che l’estate poteva diventare la stagione degli eventi cinematografici. Ma il vero impatto del fim, al di là degli incassi, fu psicologico.
La paura dell’invisibile
Il meccanismo narrativo del film è semplice: una minaccia nascosta sotto la superficie dell’acqua. Eppure la sua forza non sta nella presenza del mostro, bensì nella sua assenza. Per lunghi tratti lo squalo non si vede. Si percepisce.
La soggettiva subacquea, accompagnata dalle celebri due note della colonna sonora di John Williams, costruisce un’attesa che trasforma lo spettatore in vittima potenziale. Il mare – spazio tradizionalmente associato a vacanza, libertà, estate – diventa improvvisamente territorio ostile.
La paura non è più confinata alla sala cinematografica: si sposta nella realtà.
Un fenomeno culturale
All’epoca dell’uscita, molti giornali statunitensi riportarono un calo temporaneo della frequentazione delle spiagge in alcune aree costiere. Non esistono dati univoci che dimostrino un impatto economico duraturo, ma l’impressione collettiva fu evidente: il film aveva modificato la percezione del rischio.
Il sociologo Barry Glassner, anni dopo, avrebbe parlato di “cultura della paura” per descrivere come media e narrazioni possano amplificare minacce statisticamente rare. Lo squalo divenne uno dei casi emblematici di questo meccanismo: un evento improbabile – l’attacco di uno squalo – trasformato in incubo estivo universale.
L’estate non è più innocente
Prima del 1975, l’immaginario balneare americano era dominato da immagini di spensieratezza. Dopo Lo squalo, il mare non fu più soltanto svago, ma anche profondità ignota. Il film introduce un elemento primordiale: la paura di ciò che non si vede, di ciò che può emergere improvvisamente.
In questo senso, Spielberg intercetta una dimensione archetipica. L’acqua profonda è da sempre simbolo dell’inconscio, dell’ignoto. Il film traduce questo simbolismo in linguaggio popolare accessibile a milioni di spettatori.
Cinema e costruzione dell’ansia collettiva
A cinquant’anni di distanza, Lo squalo è studiato non solo come thriller efficace, ma come esempio di come il cinema possa influenzare comportamenti e percezioni. Il film non creò il pericolo reale, ma lo rese percepibile.
In un’epoca in cui l’informazione viaggia istantaneamente e le paure si diffondono attraverso social e media digitali, l’esperienza del 1975 appare sorprendentemente attuale. Lo squalo dimostra che una narrazione potente può ridefinire il modo in cui guardiamo uno spazio quotidiano.
E forse è proprio questo il motivo per cui, mezzo secolo dopo, quando entriamo in acqua e non tocchiamo il fondo, una parte della mente continua a immaginare quella musica che sale lentamente dalle profondità.
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