Cent’anni di Camilleri
di Moreno Stracci
Se fosse ancora tra noi, il prossimo 6 settembre Andrea Camilleri spegnerebbe cento candeline, probabilmente protetto da una nuvola di fumo della sua immancabile sigaretta. Ma la cronaca della sua vita, che attraversa un secolo di storia italiana, ci restituisce un’immagine che va ben oltre il fenomeno letterario: quella di un uomo che ha saputo trasformare la disciplina teatrale e la memoria isolana in una lingua universale.
Un destino tra il Kaos e il mare
Nato nel 1925 a Porto Empedocle, a due passi da quella contrada Kaos che diede i natali al “parente illustre” Luigi Pirandello, Camilleri cresce respirando l’odore del porto e la polvere delle biblioteche paterne. Figlio di un ispettore portuale fascista della prima ora, il giovane “Nenè” manifesta presto un carattere ribelle e un’insofferenza viscerale per l’autorità ingiusta.
La sua formazione non è fatta solo di libri — sebbene Conrad, Simenon e le letture precoci di Malraux ne abbiano forgiato lo spirito civile — ma di mare. Quel sogno di diventare ufficiale di marina, sfumato per un incidente a un occhio, rimarrà incastonato nella sua scrittura: la precisione tecnica delle segnalazioni Morse e la capacità di restare in apnea diventeranno metafore della sua futura narrazione, capace di scendere in profondità nelle pieghe dell’animo umano.
Gli anni della guerra e la caduta delle certezze
Il passaggio dall’infanzia all’età adulta avviene sotto il rombo dei motori dei bombardieri. Camilleri vive lo sbarco alleato del 1943 come un trauma collettivo e personale: lo sfollamento, la fame, l’angoscia per il padre rimasto al porto. In quegli anni concitati, la sua fede nel fascismo vacilla definitivamente con le leggi razziali del ’38.
Curiosamente, il caos del conflitto gli risparmia l’esame di maturità, sospeso per l’emergenza, e lo porta a disertare il servizio militare pochi giorni dopo il richiamo. Di quegli anni conserverà incontri quasi cinematografici: da un generale Patton descritto come “cosa fitusa” (persona spregevole) alla velocità dell’obiettivo di Robert Capa.
Roma, il teatro e la Rai: l’officina di un autore
Nel 1949, il trasferimento a Roma segna il punto di non ritorno. Ammesso all’Accademia d’Arte Drammatica sotto la guida di Orazio Costa, Camilleri diventa un uomo di spettacolo totale. Regista teatrale, delegato di produzione in Rai (dove inizialmente faticò a entrare per le sue simpatie comuniste), lavora con i grandi del tempo, da Jean Rochefort a Silvano Tranquilli.
Ma dietro il successo televisivo degli anni ’60, l’uomo di Porto Empedocle cova il bisogno di una voce propria. Tra il 1967 e il 1968 nasce Il corso delle cose, il primo romanzo scritto nel dialetto “meticciato” che diverrà il suo marchio di fabbrica: il vigatese. Un esordio difficile, rifiutato per anni dagli editori che non comprendevano quel linguaggio così ibrido e potente.
La nascita di Montalbano e il successo “disciplinato”
La vera svolta arriva tardi, negli anni ’90, dopo l’incontro fondamentale con Elvira Sellerio e l’amicizia con Leonardo Sciascia. Nel 1994 esce La forma dell’acqua: appare per la prima volta Salvo Montalbano. Camilleri dirà sempre, con la sua tipica onestà intellettuale, che se il primo episodio fu scritto per “disciplina”, i successivi arrivarono per perfezionare il personaggio e, infine, per il travolgente successo economico.
Oltre trenta romanzi dedicati al commissario di Vigàta lo hanno consacrato come autore da classifica, ma la critica più attenta — come Giuseppe Marci — ha saputo leggere oltre il “giallo”. L’opera camilleriana, divisa tra la serie poliziesca e i grandi romanzi storico-civili (come il capolavoro Il birraio di Preston), è in realtà un unico, immenso racconto della Storia d’Italia.
L’eredità di uno scrittore civile
A cento anni dalla nascita, Camilleri ci lascia una produzione monumentale di oltre centodieci libri. Un’eredità che spazia dai saggi politici su MicroMega alle memorie d’infanzia, sempre guidata da quella “passione civile” che lo ha reso punto di riferimento morale per il Paese.
Ateo convinto, riposa oggi nel Cimitero Acattolico di Testaccio, ma il suo spirito continua a passeggiare lungo il molo di Porto Empedocle, ricordandoci che la letteratura non è intrattenimento, ma il modo più alto di “fare la guardia” alla realtà. Cent’anni dopo, la sua voce, roca e sapiente, non ha ancora smesso di raccontarci chi siamo.
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