Giacomo Matteotti: cent’anni dopo, il grido di libertà rimane attuale

Giacomo Matteotti: cent’anni dopo, il grido di libertà rimane attuale
G. Matteotti pochi giorni prima della morte

di Moreno Stracci

A giugno 2024 ricorre il 100° anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti (1885-1924), evento che non fu solo un delitto politico ma un punto di svolta nella storia italiana e nella memoria civile europea. Deputato socialista, dirigente politico e voce implacabile contro la violenza squadrista e la degenerazione autoritaria del potere, Matteotti è diventato, nel corso di un secolo, simbolo universale del valore della democrazia contro ogni dittatura.

Nato a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 da una famiglia di commercianti e proprietari terrieri, Matteotti mostrò fin da giovane una rara sintesi tra rigore intellettuale e impegno civile. Laureatosi con lode in giurisprudenza all’Università di Bologna, si dedicò alla politica con una determinazione che non si sottrasse mai alla concretezza delle lotte sociali: difesa dei lavoratori, denuncia delle disuguaglianze, opposizione al militarismo e al colonialismo. La sua formazione culturale, nutrita da una vasta lettura della filosofia sociale e della storia delle idee politiche, lo rese non solo un uomo di partito ma un testimone critico del suo tempo.

Eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 1919 e successivamente riconfermato nel 1921 e nel 1924, Matteotti divenne rapidamente uno dei principali esponenti del Partito Socialista Unitario (PSU), movimento nato dalla scissione riformista del Partito Socialista Italiano. In Parlamento si distinse per la sua incisiva opposizione alle pratiche autoritarie che accompagnarono l’ascesa del fascismo: denunciò pubblicamente, con discorsi chiarissimi e documentati, le irregolarità elettorali, le intimidazioni, i pestaggi e l’uso della violenza da parte delle squadre di Mussolini.

Nel discorso alla Camera dei deputati del 30 maggio 1924, Matteotti si fece portavoce di una denuncia vibrante contro il sistema di brogli e coercizioni che avevano caratterizzato le elezioni di quell’anno, chiedendo l’annullamento dei risultati e l’immediata tutela della libera espressione politica.

Giacomo Matteotti prende la parola alla Camera per contestare la validità delle elezioni politiche del 6 aprile 1924, vinte dal Partito Nazionale Fascista grazie alla legge Acerbo. Fin dall’inizio chiarisce che non sta esprimendo un’opinione politica, ma sollevando una questione di legalità costituzionale: se il voto non è stato libero, i risultati non possono essere considerati legittimi.

Nel corso del discorso Matteotti espone una documentata ricostruzione delle violenze elettorali avvenute in tutta Italia durante la campagna: intimidazioni agli elettori, aggressioni fisiche, comizi impediti, sedi di partito devastate, presenza armata delle squadre fasciste ai seggi. Sottolinea che questi episodi non sono casi isolati, ma manifestazioni di un metodo sistematico, tollerato e favorito dal governo.

Matteotti respinge preventivamente l’argomento secondo cui si tratterebbe di “eccessi locali” inevitabili in un clima politico acceso. Al contrario, sostiene che quando la violenza è generalizzata, unidirezionale e impunita, essa diventa parte integrante del sistema di potere e compromette la libertà stessa della consultazione elettorale.

Il punto centrale del discorso è l’affermazione che la libertà di voto non può essere solo formale. Anche se le procedure sono rispettate in apparenza, un’elezione non è libera se gli elettori sono costretti a scegliere sotto minaccia o paura. Per questo Matteotti conclude che nessun elettore italiano si è trovato realmente libero di esprimere la propria volontà, e che dunque il Parlamento nato da quelle elezioni è viziato all’origine.

Il discorso si chiude con una richiesta chiara: l’annullamento delle elezioni e il ripristino delle condizioni minime di legalità democratica. Non vi sono invettive personali né appelli emotivi: la forza dell’intervento risiede nella logica rigorosa, nella precisione dei fatti e nella coerenza giuridica dell’argomentazione. Queste le parole di chiusura del discorso:

[…] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni.”

Dieci giorni dopo, il 10 giugno 1924, mentre tornava verso casa, fu rapito da una squadra fascista guidata da Amerigo Dumini e portato via sotto gli occhi di molti. Il suo corpo venne ritrovato solo il 16 agosto successivo, in una località fuori Roma, due mesi dopo la scomparsa.

I funerali di G. Matteotti

L’assassinio di Matteotti, più di qualsiasi altro evento, segnò la fine della cosiddetta “fase legalitaria” del regime mussoliniano e aprì la strada alla costruzione di un potere totalitario. La cosiddetta “crisi Matteotti” provocò un’ondata di indignazione in Italia e all’estero, con l’Aventino dei deputati di opposizione, la fuga di alcuni critici all’estero e la progressiva dissoluzione di qualsiasi forma di dissenso istituzionale. Nonostante lo choc iniziale, Benito Mussolini e i vertici fascisti riuscirono a consolidare il loro controllo, eliminando ogni margine di opposizione organica.

Nel corso del Novecento la figura di Matteotti è stata riscoperta e narrata in molte chiavi: non solo come vittima di un delitto politico, ma come martire laico della democrazia e simbolo della resistenza civile contro ogni forma di autoritarismo. Monumenti, vie, scuole, piazze e cerimonie commemorative ne onorano la memoria in tutta Italia, e il suo nome è spesso citato come riferimento nei momenti di crisi della democrazia. Nel 2024, in diverse città italiane (per esempio Bologna), sono state organizzate cerimonie, installazioni e inaugurazioni di targhe per ricordare la sua presenza e l’eredità etica del suo impegno.

Oggi, a cento anni di distanza, il discorso di Matteotti ci sfida ancora. Non perché la sua vocazione politica sia applicabile in toto a ogni contesto, ma perché la sua testimonianza invita a riflettere su libertà di parola, legalità, responsabilità civica e sulla fragilità delle istituzioni democratiche di fronte alla violenza organizzata. La storia di Matteotti sottolinea quanto sia sottile la linea che separa la democrazia dalla sua dissoluzione e quanto importante sia la perseveranza di chi decide di opporsi, anche da solo, alle derive autoritarie.

Se il XX secolo ha celebrato Matteotti come simbolo nazionale di resistenza antifascista, il XXI secolo ha cominciato a leggerne l’eredità in chiave più universale: la difesa dei diritti civili, la critica alle forme di potere incontrollate e il valore della testimonianza etica. In un tempo in cui le democrazie devono confrontarsi con nuove polarizzazioni, tecnologie totali e spinte autoritarie di altro segno, il ricordo di Matteotti resta una bussola morale e culturale per chi crede nella democrazia come progetto continuamente da rinnovare.

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Crediti immagini 

Di anonimo – Storia de Fascismo di Enzo Biagi, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=168732181

Di Sconosciuto – L’Illustrazione Italiana, 1924, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=145095032