La Cina punta tutto sull’IA per il Piano Quinquennale 2026-2030: il confronto con l’Europa e la sfida dell’Italia

La Cina punta tutto sull’IA per il Piano Quinquennale 2026-2030: il confronto con l’Europa e la sfida dell’Italia
Foto di 畅 苏

di Fabio Morelli 

La tecnologia e l’intelligenza artificiale hanno ufficialmente sorpassato la spesa militare nelle priorità economiche e strategiche di Pechino. Con la chiusura delle “due sessioni” dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Consultiva, il governo cinese ha approvato il nuovo Piano Quinquennale 2026-2030, delineando una traiettoria chiara: trasformare l’intero Paese in un’economia integralmente guidata dall’IA (AI-driven).

Il budget pubblico destinato a scienza e tecnologia raggiungerà per il solo 2026 la cifra record di 1.300 miliardi di yuan (circa 165 miliardi di euro), registrando una crescita annuale del +10,4%, contro il +7% destinato alla difesa. Un cambio di paradigma netto rispetto al passato, quando il PIL era trainato da edilizia e grandi infrastrutture rigide.

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La strategia di Pechino: l’iniziativa “AI Plus” e le fabbriche intelligenti

L’obiettivo della leadership di Xi Jinping non è lo sviluppo di un’IA fine a sé stessa, ma la sua applicazione pervasiva all’interno del tessuto industriale tradizionale. Attraverso il programma “AI Plus”, la Cina intende trasformare radicalmente la manifattura, la logistica, l’energia, la sanità e l’istruzione, passando dalla semplice digitalizzazione all'”intelligentizzazione” dei processi.

I pilastri della visione cinese si articolano in:

  • Fabbriche di nuova generazione: Sostituire l’automazione rigida nelle oltre 43.000 fabbriche intelligenti già esistenti con sistemi d’IA capaci di prendere decisioni autonome e auto-ottimizzare la produzione;
  • Sovranità energetica e supercomputing: Sfruttare la leadership nelle energie rinnovabili (eolico e solare) per alimentare i massicci cluster di dati e calcolo ad alte prestazioni, trasferendo l’elaborazione nelle regioni occidentali ricche di energia (East Data, West Computing);
  • Open Source e Governance: Promuovere piattaforme aperte per estendere l’influenza tecnologica verso i Paesi emergenti, definendo al contempo regole stringenti sul controllo dei dati e imponendo che la decisione finale in ambito giudiziario e militare resti sempre sotto la supervisione umana.

Il parallelo con l’Italia e l’Unione Europea: due modelli a confronto

Mentre la Cina muove capitali centralizzati per rimodellare l’intero apparato produttivo, l’Italia e l’Unione Europea si trovano ad affrontare la rivoluzione dell’IA con una strategia differente, fortemente orientata alla regolamentazione etica e alla tutela dei diritti.

Volume di investimenti e frammentazione dei capitali

L’impegno da 165 miliardi di euro annunciato da Pechino per il solo 2026 evidenzia il divario di scala rispetto ai budget europei. In Italia, gli investimenti nell’IA — spinti prevalentemente dalle risorse del PNRR e da iniziative private — stanno crescendo, ma soffrono della strutturale frammentazione del nostro tessuto imprenditoriale, composto per oltre il 90% da Piccole e Medie Imprese (PMI). Se la Cina applica l’IA su scala industriale grazie a colossi manifatturieri centralizzati, l’Italia deve guidare la transizione digitale di migliaia di micro-aziende che spesso faticano ad accedere a infrastrutture di supercalcolo avanzate.

Regolamentazione: AI Act europeo contro il controllo statale cinese

L’Europa ha scelto la via del primato normativo con l’AI Act, incentrato sulla protezione della privacy, sulla trasparenza degli algoritmi e sulla prevenzione dei rischi per i cittadini. La Cina, pur introducendo paletti rigorosi su contenuti sintetici e sicurezza, adotta un approccio pragmatico volto a garantire il controllo statale sui flussi informativi e a tutelare la stabilità occupazionale di fronte all’impatto dell’automazione (che solo nel 2026 coinvolge oltre 12 milioni di nuovi laureati cinesi).

Il nodo dell’energia e delle infrastrutture digitali

Un punto di contatto fondamentale riguarda il fattore energetico. L’addestramento dei modelli d’IA richiede una quantità enorme di elettricità. La Cina risponde al problema integrando direttamente i centri di calcolo con le proprie megastrutture di energia rinnovabile. Per l’Italia e l’Europa, la transizione verso un’IA sostenibile rappresenta una sfida cruciale: per non dipendere da infrastrutture estere, il sistema italiano deve accelerare sul connubio tra fonti rinnovabili e nuovi data center ad alta efficienza.

Il confronto tra il colosso asiatico e la realtà occidentale dimostra come l’intelligenza artificiale non sia più solo una tecnologia di frontiera, ma l’asse portante della geopolitica globale. La sfida per l’Italia nei prossimi anni consisterà nel non rimanere un mero consumatore di tecnologie sviluppate da terzi (siano essi cinesi o americani), valorizzando le proprie eccellenze scientifiche e applicando l’IA a difesa del patrimonio manifatturiero, artigianale e culturale che caratterizza il Made in Italy.

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Nota sull’immagine in copertina:

L’immagine scelta per questo articolo ritrae gli interni del Galaxy SOHO di Pechino, capolavoro dell’architettura parametrica firmato dallo studio di Zaha Hadid. La fluidità delle sue linee, la simmetria modulare e la prospettiva che evoca i circuiti di un supercomputer rappresentano la perfetta sintesi visiva della nuova Cina: un Paese che sta ridefinendo il proprio futuro economico abbandonando le rigide strutture tradizionali per abbracciare la flessibilità, l’interconnessione e l’alta tecnologia dell’Intelligenza Artificiale. La convergenza tra architettura avveniristica e linee che ricordano i circuiti integrati richiama visivamente la nuova rete di supercalcolatori e data center su cui la Cina sta fondando il proprio modello “AI-driven”.

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