Torre dei Conti: il silenzio sui fiori e le ipotesi sul crollo.

Torre dei Conti: il silenzio sui fiori e le ipotesi sul crollo.
CHIARA MORELLI, giornalista e fotoreporter, © 2025 tutti i diritti riservati

di Pamela Stracci

ROMA, 5 novembre 2025 – La nostra troupe è stata a largo Corrado Ricci, per vedere cosa è successo all’edificio medievale parzialmente crollato lo scorso 3 novembre. In questo articolo vi racconto cosa abbiamo visto.

Via dei Fori Imperiali era come sempre strapiena di turisti, in un via vai frenetico di nasi all’insù e sguardi meravigliati di una Italia, patria di una bellezza disarmante e generosa, che quasi noi romani non ci facciamo più caso. Eppure tra tutta quella fiumana di gente, un cerchio vuoto si stringe sul mazzo di fiori che inconsapevoli colorano il triste epilogo dell’operaio che, suo malgrado, ha donato e legato la sua vita alla storia della Torre.

Un tragico cerchio che si chiude, offrendo un momento di silenzio in un luogo di eterno chiasso, e costringendo a riflettere sul costo umano del lavoro e sul fragile equilibrio tra la fatica quotidiana e la dignità della vita.

Certo vedere direttamente cosa è successo fa un certo effetto e ci dà lo spunto per capire cosa verosimilmente possa aver determinato i due crolli della struttura. Siamo certo nel campo delle ipotesi, anche perché non è stato possibile entrare nel cantiere, non abbiamo visionato il progetto di restauro e le analisi a corredo, e solo le indagini e le perizie ufficiali potranno stabilire l’esatta dinamica degli eventi. Fatte le dovute premesse, possiamo azzardare comunque qualche ipotesi. Come vi abbiamo raccontato in un nostro precedente articolo Crolla Torre dei Conti: la fragilità della storia

L’edificio fu gravemente danneggiata dal devastante terremoto del 1349, poi ha subito delle spoliazioni del rivestimento per costruire Porta Pia nel XVI, una pratica comune per tutto il medioevo e non solo, come successo anche al Colosseo. Così dai suoi 60 metri, che tanto fecero meraviglia anche in Petrarca, oggi la torre testimonia, con i suoi attuali 29 metri, l’inesorabilità del tempo che passa.

Ma perché questi crolli adesso?

La cosa che salta subito agli occhi vedendo la struttura, è la consistenza sabbiosa della malta scivolata nel crollo insieme ai mattoni. La composizione della malta utilizzata in edifici storici come la Torre dei Conti è fondamentale per comprendere sia la sua longevità che la sua fragilità.

Basandosi sulla tecnologia edilizia romana e medievale e sulle analisi condotte su reperti coevi, la malta della Torre dei Conti (costruita nel XIII secolo) è quasi certamente composta da calce aerea (carbonato di calcio) come legante. La calce veniva prodotta dalla cottura di rocce calcaree e poi spenta con acqua, formando idrossido di calcio, che induriva lentamente a contatto con l’aria. L’aggregato utilizzato per definire la resistenza di una malta, considerando l’abbondanza di materiali vulcanici e la posizione di Roma, è tipicamente composto sabbia silicea. Poi c’era la pozzolana che, mescolata alla calce, crea una reazione chimica che conferisce alla malta proprietà idrauliche, ovvero la capacità di indurire anche in presenza di acqua (come il moderno cemento, sebbene meno performante). Questa malta antica, a differenza di quella moderna, è generalmente più porosa, meno rigida e più compatibile con i materiali da costruzione storici, il che è un elemento cruciale nelle attuali operazioni di restauro.

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CHIARA MORELLI, giornalista e fotoreporter, © 2025 tutti i diritti riservati

La malta antica, pur essendo stata straordinariamente resistente per secoli, è un materiale estremamente vulnerabile a diversi fattori di degrado.

Il primo fattore è l’acqua. È il nemico numero uno. L’acqua penetra nelle porosità della malta. Se ristagna, può sciogliere e trasportare i sali solubili presenti nella muratura (processo noto come dilavamento). Questo non solo indebolisce il legante, ma quando l’acqua evapora, i sali cristallizzano e si espandono, esercitando pressioni distruttive all’interno dei pori e sfaldando la malta (fenomeno noto come efflorescenza o cripto-efflorescenza). Anche fenomeni di gelo contribuiscono a questa opera di micro-distruzione: l’acqua intrappolata nella malta si ghiaccia, il ghiaccio ha un volume maggiore dell’acqua liquida, e questa espansione provoca micro-fratture che, ripetute nel tempo, distruggono la coesione del materiale.

Gli inquinanti atmosferici, come gli ossidi di zolfo e azoto, creano piogge acide. Queste piogge reagiscono chimicamente con il carbonato di calcio della malta, trasformandolo in gesso (solfato di calcio), che è più solubile e meno resistente, portando a dissoluzione e sfaldamento.

Assestamenti strutturali e espansioni termiche sono fattori che ancora peggiorano le condizioni di un edificio millenario. La malta, essendo meno rigida della pietra, è spesso il primo elemento a fessurarsi quando la struttura subisce forti sollecitazioni. Le fessure permettono un’ulteriore e più rapida penetrazione dell’acqua e ricomincia i cicli di degrado. Poi i cicli di riscaldamento e raffreddamento quotidiani o stagionali inducono micro-movimenti e tensioni tra la malta e gli elementi in pietra o mattone, contribuendo a creare nuove fessure e a indebolire l’adesione.

A tutto ciò aggiungiamo che l’incuria e la scarsa manutenzione possono portare a uno sviluppo di vegetazione parassita della struttura: radici di piante, muschi e licheni penetrano nelle fessure microscopiche della malta. Crescendo, esercitano una pressione meccanica che allarga le crepe e sfalda la muratura.

Ultimo ma non meno importante punto è l’azione antropica e gli interventi umani. L’errore più comune in passato è stato tentare di “rinforzare” le malte antiche con malte a base di cemento Portland (molto più rigido e impermeabile). La malta cementizia crea un contrasto di rigidità: è troppo forte per la muratura antica, concentrando le tensioni ai bordi. Inoltre, essendo impermeabile, blocca l’uscita dell’umidità, costringendola a migrare e cristallizzare in altre parti della malta antica, accelerandone il degrado. Il passaggio e le vibrazioni degli automezzi, in generale posso peggiorare una struttura imponente ma delicata capace di interagire direttamente con l’ambiente circostante e alle sollecitazioni meccaniche.

Infine il possibile errore umano, fattore che si può preventivare ma non eliminare. Nel caso della torre si parla di un cedimento dovuto ad una rimozione delle puntellature a sostegno del soffitto.

CHIARA MORELLI, giornalista e fotoreporter, © 2025 tutti i diritti riservati

Il parere di Meneghini

L’ex sovrintendente Roberto Meneghini ha dichiarato che aveva già avvertito di un rischio di crollo: «Nel 2006 la Torre è stata svuotata, sono andati via tutti quelli che avevano a vario titolo le attività d’ufficio dentro la Torre. Nel 2007 è stata chiusa definitivamente. E da quel momento ci siamo resi conto delle effettive condizioni: l’edificio andava deteriorandosi». E prosegue: «Nel frattempo non è stata mai fatta manutenzione all’edificio. Purtroppo la mancanza di manutenzione per anni provoca queste cose. Si è sempre vissuti nell’eterna attesa dello sponsor. Dopo qualsiasi segnalazione si ragionava in termini di progetti da proporre a mecenati. A metà degli anni 10 si stimarono 4 milioni di euro per risanarla. Ma non succedeva niente. Io stesso accompagnavo in processione possibili sponsor ma la situazione appariva subito complicata e nessuno voleva metterci le mani. Venne anche l’impresa che voleva aprire l’Acquario al laghetto dell’Eur. Si parlò di farne un centro a tema…Poi nulla». E ancora. «c’è da dire che la Torre ha retto incredibilmente al terremoto del 2016, a scosse del sesto grado. I solai all’epoca, apparivano persino stabili, le prove di carico diedero esito positivo. Qualcosa l’ha ulteriormente destabilizzata, aggiungendosi ad un degrado già diffuso». «Io forse non avrei fatto lo scavo archeologico sotto la torre, nell’area dei giardinetti di largo Corrado Ricci. Forse troppo alto il rischio di andare a compromettere la coesione del terreno alla base. L’intento scientifico è lodevole certo. Ampliare l’area dei Fori e riportare alla luce la parte del Templum Pacis speculare alla parte del monumento di fronte alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Uno scavo fatto per ampliare la conoscenza del monumento. Ma che toglie terra». (fonte Open)

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CHIARA MORELLI, giornalista e fotoreporter, © 2025 tutti i diritti riservati

L’attuale restauro

La Torre dei Conti, chiusa al pubblico sin dal 2007, era al centro di un ambizioso piano di riqualificazione da 6,9 milioni di euro, inserito ufficialmente tra i 335 progetti di “Roma Caput Mundi” grazie a un decreto del Governo Draghi datato 24 giugno 2022.

I lavori di restauro, diretti dall’architetto Federico Gigli su progetto esecutivo stilato con l’architetto Emiliano Mura, erano partiti il 19 giugno. L’obiettivo immediato era la conclusione del primo lotto (valore: 403 mila euro) entro il 19 ottobre.

Al momento del crollo o del cedimento strutturale, le operazioni in corso includevano la bonifica dall’amianto (affidata all’impresa HTR Bonifiche), l’intonacatura delle pareti interne e l’allestimento del vano destinato a ospitare il nuovo ascensore.

L’Ipotesi al Vaglio della Procura

Secondo il Comune di Roma nessun rischio crollo della Torre dei Conti e tra i documenti progettuali sequestrati dagli inquirenti c’è anche una relazione che certificava l’idoneità statica dell’edificio prima dell’avvio dei lavori (fonte Il Messaggero).

L’attenzione della Procura di Roma, con i PM Mario Dovinola e Fabio Santoni (coordinati dai procuratori aggiunti Antonino Di Maio e Giovanni Conzo), si è immediatamente concentrata sugli interventi in atto.

Il sospetto è che proprio le operazioni di microdemolizione, pur necessarie per l’inserimento delle nuove strutture (come il vano ascensore), possano aver minato la stabilità complessiva della torre, compromettendo la muratura storica e causando la rottura. Gli inquirenti hanno disposto una consulenza tecnica affidata a ingegneri strutturisti e architetti per stabilire se il progetto e le modalità operative fossero adeguati alla fragilità di un monumento di tale portata.

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