SPECIALE: A testa alta, intervista a Gaia Tortora

SPECIALE: A testa alta, intervista a Gaia Tortora

Enzo Tortora, uno dei padri fondatori della televisione italiana, giornalista, eurodeputato ma soprattutto, per il grande pubblico, uno dei più amati conduttori di tutti i tempi. Programmi come PortobelloIo dico, tu dici, L’oggetto misterioso, I goal della domenica, Il musichiere, rimarranno sempre nella storia della televisione e nella nostra memoria, come una Wunderkammer – “Camera delle maraviglie” in cui rifugiarsi, tra sogno e realtà. Programmi che sono stati i precursori della TV contemporanea, l’uomo del futuro che il passato ha condannato ingiustamente perché quella di Enzo Tortora, come oramai tutti riconoscono, è stata una delle vicende di malagiustizia più scabrose del nostro paese. Era il 17 giugno del 1983 quando il conduttore viene arrestato e messo alla pubblica gogna davanti a un’Italia sconcertata, stupita, stordita, con l’accusa di traffico di stupefacenti per la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Sulla sua chiara innocenza si espresse lo stesso boss: “Enzo tortora è una persona degnissima. Io lo ritengo innocente al mille per mille”. Eppure la vicenda andò avanti e spaccò il nostro paese tra innocentisti e colpevolisti. Enzo Tortora rimane sempre fermo, una montagna, e le sue parole lapidarie: “Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. Ed è stato proprio così, Enzo Tortora era innocente, assolto il 15 settembre 1986, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia della Repubblica. Però nonostante la piena assoluzione, la sua vita, quella della sua famiglia, non sarà mai più la stessa.

INTERVISTA

– Entriamo subito nel vivo. L’arresto di suo padre avviene negli anni appena dopo i terremoti di Irpinia e Basilicata. Gli anni della ricostruzione, quella ricostruzione sulla quale, per l’intreccio di alleanze e complicità con il mondo imprenditoriale e politico, la camorra riesce a mettere le mani. Nell’intervista che ha rilasciato recentemente a Fabio Fazio a “Che tempo che fa” Rai2, parla di una “regia” dietro all’arresto e alla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora. Cosa c’entrava in quella situazione suo padre?

Assolutamente niente. Se avessero voluto applicare il principio della verità, sarebbero bastati tre giorni per verificare che non stava in piedi nulla di quello che dicevano questi signori, mitomani, pentiti. Invece è evidente che non si è voluto fare questo perché, come ho potuto comprendere nel corso degli anni, comunque l’impalcatura doveva stare in piedi. Se tu dalla impalcatura sfilavi la pedina più nota, più importante, quella che dava un’incredibile eco a questa operazione per poter iniziare a dubitare anche di tutto il resto, cosa sarebbe successo? E quindi si è voluto tenere in piedi quello che io definisco accanimento”. Per tanto tempo ho sentito parlare di malagiustizia, di errore: devo essere sincera che nel corso degli ultimi anni mi sono fermata a riflettere su queste parole e non ho più paura di definirlo un “accanimento”.

L’errore ci può stare perché tutte le categorie sbagliano, però a maggior ragione che si ha a che fare con la vita delle persone, l’errore lo si deve verificare e riconoscere e risolvere nel più breve tempo possibile. Non lo si può mantenere in piedi ingiustificatamente. 

Bastava veramente incrociare tre cose, le principali. C’è poi anche il paradosso del Cutolo che disse: “Guardate questi sono i fatti e lui non è un camorrista”, se non si vuole credere neanche a questo, vuol dire che c’è il dolo.

Comunque ci furono più di 800 arresti, la prima grossa operazione proseguita con molti casi di omonimia, circa 200, molti assolti, che alla fine, se si va a vedere, si è ridotta a poco.

– Enzo Tortora viene fermato dopo le confessioni di questi “pentiti ad orologeria”, come li definì la Direzione Antimafia di Salerno. Perché è più facile credere nelle dichiarazioni di gente malfamata che nella buona fede di un uomo onesto? 

Perché o sei in malafede, mi dispiace dirlo, o, anche se mi suona difficile da pensare, è per sciatteria. Allora non c’erano le intercettazioni telefoniche però vuoi fare delle verifiche sui conti in banca, sulle telefonate, su chi ha telefonato, su possibili errori, sul quello che c’è scritto nell’agendina, che poi il cognome non era Tortora ma era Tortona. Quindi, o è sciatteria, e mi rimane difficile pensare che dei magistrati siano sciatti, perché nonostante tutto io credo nella Giustizia, o altrimenti è malafede, è un voler procrastinare le cose per tenere in piedi un’operazione dove hai messo la faccia. Io altre spiegazioni non riesco a darmele.

 

Enzo Tortora con le figlie Gaia (a sinistra) e Silvia (a destra)

– La storia di Enzo Tortora, purtroppo, la conosciamo tutti ma rileggendo la vicenda, non le nego della commozione personale: mi sono immedesimata in questo uomo e nella sua famiglia, in voi figlie ragazzette, e mi si è stretto il cuore. Quello di Enzo Tortora è un caso eclatante, ma nella vita di tutti i giorni, prepotenti e disonesti, infangano persone perbene per trascinarle al loro livello, schiacciarle, tenerle in pugno o usarle come capro espiatorio. Quale consiglio può dare a coloro che, nel loro piccolo, si trovano in una situazione simile a quella patita da suo padre e cosa può dire alle loro famiglie, per superare quei tremendi momenti di sconforto che anche lei ha passato?

Non saprei dire se non quello, intanto, di non vergognarsi e non tenersi tutto dentro ma di girarsi intorno perché qualcuno che ti dà una mano lo trovi, perché tenere tutto dentro e subire comunque fa male: non so se siamo una maggioranza o una minoranza silenziosa, però bisogna mettersi insieme ed andare avanti. 

– Secondo una stima recente, tra il 1992 e il 2018 sono state più di ventisettemila le persone ingiustamente incarcerate in Italia che hanno ottenuto un indennizzo dopo essere state assolte. Con una proposta di legge presentata pochi tempo fa, i deputati di Italia Viva, chiedono l’istituzione della Giornata delle Vittime e dei familiari degli errori giudiziari proponendo come giorno proprio il 17 giugno, data dell’arresto di suo padre nel 1983. Cosa ne pensa?

Sono metà e metà: tutto quello che si può fare va bene, ma non deve finire come si dice “all’italiana”, ossia che facciamo una targa tanto per far vedere e poi però di fatto non si presta attenzione o non si mette mano a quello che conta veramente, a quelle norme che possono aiutare a snellire i processi a far sì che le persone che incappano, loro malgrado, in queste vicende non ci rimangano troppo a lungo.

– In un articolo apparso nel 1987 su El País, Leonardo Sciascia scriveva: “Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario, divisa in “innocentisti” e “colpevolisti”, in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommette su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto”. Un quadro preoccupante che parla di pregiudiziale superficialità, forse in parte indotta, ricercata da chi manovrava la vicenda Tortora. Si dice che ogni cosa che succede nella vita è una lezione. Secondo lei, qual è la lezione che tutti noi dobbiamo imparare da questo evento che ha colpito in prima persona suo padre e di conseguenza la vostra famiglia?

È la cosa che ripeto sempre alle mie figlie da quando sono piccole e anche ora che sono grandi: non si devono mai fermare al giudizio degli altri o al sentito dire o all’antipatia o alla bambina e ragazza che è stata marchiata in un certo modo.
L’ho sempre detto, sentite più campane e fatevi un’opinione vostra e non vi fermate al sentito dire degli altri.

– Parliamo del suo libro: “Testa alta, e avanti – in cerca di giustizia, storia della mia famiglia” Uscito il 21 marzo scorso, è destinato a riaprire questa ferita, questa falla nella Giustizia ancora vivida nell’immaginario collettivo del nostro Paese. Nel libro non racconta solo le vicende legate all’arresto di Enzo Tortora e quello che è successo alla sua famiglia dopo lo scandalo ma confida ai lettori, l’ironia e la generosità di suo padre e aneddoti di vita privata. Tre domande: perché questo libro, perché adesso, perché – dopo l’assoluzione – è ancora in cerca di giustizia?

Dopo quarant’anni, ho deciso che era il momento giusto. Questo dolore in qualche modo andava condiviso anche se è stata una cosa difficile: la scrittura del libro è stata terapeutica ma sinceramente non avevo pensato al dopo, all’emozione di parlarne che mi costa molta fatica soprattutto in televisione nonostante sia il mio lavoro.

Ho scritto questo libro per condividere il dolore con gli altri pensando anche a chi ha vissuto questo tipo di esperienza e spero possa non sentirsi solo perché ti senti molto solo quando succede: mi sono sentita molto sola io che ero una bambina e avevo un certo richiamo di attenzione mediatico, nel bene e nel male, immagino come possa sentirsi sola una persona, diciamo così, comune.

– Perché ancora in cerca di giustizia?

Il problema è che l’assoluzione ti soddisfa ovviamente dal punto di vista del profilo giudiziario ma dopo, comunque, la tua vita non è più quella di prima. Non è una cosa che dici “ok, è arrivata la sentenza di assoluzione, è tutto finito, si ricomincia come se nulla fosse accaduto”. Non è così.

 

(Tortora con il pappagallo Portobello dell'omonima trasmissione televisiva, Public domain, via Wikimedia Commons)

– Quando è successo di suo padre, io ero una bambina eppure mi colpì moltissimo non solo la vicenda ma come la mia famiglia si sentì coinvolta e vicino a Tortora, come le tante famiglie italiane che lo stimavano: mia madre ripeteva “non ci credo, non è possibile, non è vero!”. Una storia quindi di 40 anni fa eppure ancora attuale non solo per noi che abbiamo vissuto in quel periodo ma anche per i giovani di oggi: perché un ragazzo dovrebbe leggere il suo libro “A testa alta, e avanti”?

Per capire intanto che la Giustizia è qualcosa che entra nella vita di tutti i giorni: è uno degli ingredienti fondamentali nella nostra vita. In particolare la Giustizia, la Sanità, l’Istruzione, sono fattori che non possiamo più permetterci di delegare e anche loro, i giovani, si devono interessare su come funzionano o non funzionano o mal funzionano queste istituzioni che sono fondamentali per la nostra vita.

Subito dopo per il giudizio: a maggior ragione loro che oggi hanno i social, che ai tempi nostri non c’erano, e che scatenano spesso e mal volentieri proprio sui più giovani delle gogne mediatiche terribili, devono capire che attraverso un giudizio affrettato o qualcosa che non è, puoi rovinare la vita di una persona e di una famiglia intera.

– Una domanda personale, l’ultima domanda: la giustizia dell’uomo è chiaramente fallibile. Lei crede in altre forme di giustizia, che sia il karma o la giustizia divina?
Si!

Enzo Tortora, si è fatto seppellire con una copia della “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, perché la storia insegna ma l’uomo non impara: speriamo prima o poi non accada più ma sta a noi tutti dare un contributo per un mondo migliore con il ricordo, che altrimenti sarebbe solo passato, ma anche con quel sano approccio di un dubbio che non condanna a priori ma si sforza, pretende, di capire la verità e persegue la giustizia, sempre. Come confessò qualche giorno prima della morte all’amico Leonardo Sciascia: “Speriamo che il mio sacrificio sia servito a questo Paese, e che la mia non sia un’illusione”…che non sia un’illusione, come recita il suo epitaffio.

a cura di Pamela Stracci

© Riproduzione riservata

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Archivio fotografico Gaia Tortora

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