Leonardo Sciascia: la sentinella della ragione nel labirinto siciliano

Leonardo Sciascia: la sentinella della ragione nel labirinto siciliano
Leonardo Sciascia nella libreria Einaudi di Milano, fotografato da Carla Cerati (1966)
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di Moreno Stracci

C’è un luogo, nel cuore della Sicilia zolfatara, che non troverete su nessuna carta geografica, ma che è più reale di molti comuni dell’isola: Regalpetra. È il nome che Leonardo Sciascia diede alla sua Racalmuto, il borgo dove nacque nel 1921 e dove imparò a leggere il mondo tra la sartoria dello zio e il fumo delle miniere. A trentacinque anni dalla scomparsa, la figura di Sciascia resta quella di un “eretico” della ragione, un uomo che ha passato la vita a scrostare la verità dalle menzogne del potere.

Tra Pirandello e le zolfare: la formazione di un “isolano”

Sciascia definiva la sua terra un’“isola nell’isola”. Cresciuto in una provincia dominata dall’ombra di Luigi Pirandello, il giovane Leonardo dovette lottare per affrancarsi da quel “pirandellismo di natura” che sentiva come una gabbia. La sua vera università non fu quella di Messina, dove si iscrisse senza mai laurearsi, ma la Caltanissetta degli anni Trenta. Lì, tra i banchi dell’Istituto Magistrale dove insegnava Vitaliano Brancati, Sciascia scoprì l’antifascismo e la letteratura europea, da Diderot a Montaigne, armi che avrebbe usato per tutta la vita.

Il suo primo vero libro, Le parrocchie di Regalpetra (1956), è un atto d’amore e di denuncia: la cronaca di una Sicilia arcaica, quella dei “carusi” nelle miniere e dei contadini analfabeti, osservata con l’occhio di un maestro elementare che non accetta l’ingiustizia come un destino immutabile.

Il Giorno della Civetta: quando la letteratura svelò la Mafia

Negli anni Sessanta, Sciascia compie un gesto di coraggio intellettuale che cambierà la storia della cultura italiana. Con Il giorno della civetta (1961), porta per la prima volta la Mafia al centro del romanzo contemporaneo. Non lo fa con il gusto del sensazionalismo, ma con la precisione di un anatomista, descrivendo quel sistema di potere e complicità che molti, all’epoca, si ostinavano a negare.

Seguiranno capolavori come Il consiglio d’Egitto e A ciascuno il suo, opere dove la Sicilia diventa il palcoscenico per indagare temi universali: l’impostura storica, la corruzione e la difficile ricerca della giustizia.

Sciascia e Paolo Borsellino (25 gennaio 1988)

Il “Contesto” e il caso Moro: l’intellettuale controcorrente

Spostatosi a Palermo nel 1967, lo sguardo di Sciascia si fa sempre più profetico e critico. Con Il contesto (1971) e Todo modo (1974), lo scrittore anticipa il clima cupo degli anni di piombo, attirandosi feroci polemiche da parte della sinistra italiana, con cui pure condivideva molte battaglie.

Il culmine del suo impegno civile arriva nel 1978 con L’affaire Moro. Scritto a ridosso del rapimento del leader democristiano, il pamphlet è un’analisi spietata del linguaggio del potere e della solitudine dell’individuo. Questa tensione lo porterà fino ai banchi del Parlamento con i Radicali, portando la sua battaglia per il diritto e la trasparenza fin dentro le istituzioni.

L’ultimo testamento: tra memoria e verità

Negli ultimi anni, segnati dalla malattia, Sciascia torna alla narrazione pura. Opere come Porte aperte — un inno contro la pena di morte — e lo splendido testamento letterario Il cavaliere e la morte (1988) mostrano uno scrittore che, pur consapevole della vittoria delle “tenebre”, non rinuncia alla luce della ragione.

Pochi giorni prima di morire, il 20 novembre 1989, dà alle stampe Una storia semplice: un giallo brevissimo ed essenziale che racchiude tutto il suo pensiero. La verità è lì, a portata di mano, ma occorre coraggio per vederla.

Oggi Sciascia riposa nella sua Racalmuto, ma la sua “corda pazza” continua a vibrare nelle librerie e nelle coscienze, ricordandoci che la memoria ha un futuro solo se abbiamo il coraggio di esercitarla ogni giorno.

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