Per Paolo Pasolini a cinquant’anni dalla morte: la parola che sfida il tempo
di Moreno Stracci
ROMA – Cinquant’anni senza Pier Paolo Pasolini non sono bastati a spegnerne la voce, né a normalizzarne il pensiero. Il 2025 si è aperto nel segno di un anniversario atteso e necessario, una ricorrenza che non vuole essere monumentale ma, come direbbe lui, “scandalosa” nella sua attualità. Un viaggio per riscoprire la storia di un uomo che ha fatto la storia del cinema italiano e che ha saputo leggere, con una lucidità quasi profetica, le contraddizioni di un’Italia sospesa tra il boom economico e la perdita della propria anima contadina. Dalle aule dell’Università di Bologna alle polverose borgate romane, fino al silenzio di Casarsa, il cammino di Pasolini resta una ferita aperta nel fianco della nostra cultura, un invito costante a non rassegnarsi all’omologazione e a cercare la bellezza anche nel “fango” della realtà più cruda.
Esiste un filo rosso che lega la carne viva delle borgate romane alla rigorosa formazione accademica dell’Alma Mater Studiorum. È il filo dell’esistenza di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che più di ogni altro ha saputo leggere le mutazioni antropologiche dell’Italia, e che proprio a Bologna – dove nacque nel 1922 in via Borgonuovo – gettò le basi della sua “eresia”.
Le radici bolognesi: l’officina di un talento e il trauma della guerra
Prima di essere il regista di Accattone o il poeta de Le ceneri di Gramsci, Pier Paolo è stato uno studente brillante dell’Alma Mater. È tra i portici di Bologna che Pasolini si forma, nutrito dalle lezioni di Roberto Longhi, il maestro che gli insegnò a “vedere” la pittura come una forma di narrazione.
Fu Longhi a trasmettergli quella “cultura figurativa” che avrebbe poi trasformato ogni suo fotogramma cinematografico in una pala d’altare laica. Erano gli anni del liceo Galvani e dell’amicizia con Roberto Roversi, anni di sperimentazione pura in cui Pier Paolo si percepiva come un “eterno adolescente”.
L’impegno intellettuale bolognese, lo portò a collaborare con il mensile dei Gruppi Universitari Fascisti L’Architrave e a fondare la rivista Il Setaccio.
Ma la storia bussò alla porta con la violenza della guerra. Nel 1943, pochi giorni prima dell’armistizio, Pasolini fu chiamato alle armi e poi fatto prigioniero dai tedeschi. Riuscì a fuggire ripartandosi a Casarsa, dove si era trasferita la famiglia. Durante la fuga perse gli appunti della tesi di laurea che aveva chiesto a Longhi. Un segnale del destino: tornato a Bologna, cambierà relatore (sarà Carlo Calcaterra) e si laureerà nel 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli. Erano mesi drammatici, segnati anche dalla morte del fratello Guido, ucciso dai partigiani garibaldini in Friuli.
Lo scandalo e la fuga verso la Capitale
Nel dopoguerra, l’impegno nel PCI e l’insegnamento avviato in una piccola scuola privata aperta con la madrea, sembravano tracciare un sentiero stabile, interrotto però bruscamente nel 1949. Un’avventura sessuale con dei giovani contadini divenne uno scandalo pubblico: seguirono la sospensione dalla scuola e l’espulsione dal Partito. È la svolta: nel 1950 Pasolini e la madre Susanna fuggono a Roma.
La Capitale fu per lui una “scoperta dell’oro”. Lontano dal provincialismo bigotto, entrò in contatto con Moravia, Elsa Morante e i Bertolucci, ma soprattutto scoprì il sottoproletariato. Roma divenne il suo set e la sua musa: nacquero capolavori letterari come Ragazzi di vita e Una vita violenta, e le prime sceneggiature per Soldati e Fellini.
Di particolare attualità le due opere (entrando sulla sinistra della sala) realizzate da Aldo Colletti nel contesto dell’astrazione figurativa e urbana, una fase che trae ispirazione dalle correnti di inizio Novecento come il Futurismo e il Cubismo Orfico, ma con una sensibilità cromatica e compositiva del tutto personale. Qui l’artista non si concentra più esclusivamente su forme pure, ma le utilizza per decostruire e ricomporre paesaggi urbani e industriali.
Il cinema come lingua della realtà
Negli anni ’60, Pasolini comprese che la letteratura non bastava più per toccare i nervi scoperti della società. Scelse il cinema per raggiungere un contatto “bruciante” con il pubblico. Da Accattone a Mamma Roma, fino a Edipo Re (girato in parte proprio sotto i portici di Bologna), le sue pellicole sconvolsero la critica e il pubblico, elevando il disagio delle periferie a dignità tragica.
La profezia finale e il mistero di Ostia
L’ultimo tratto della sua vita fu segnato dalla delusione per l’omologazione dei giovani, ormai “corrotti” dal consumismo. Pasolini divenne una voce solitaria e rabbiosa dalle colonne del Corriere della Sera. Le sue opere finali – il film shock Salò e il romanzo incompiuto Petrolio – suonano ancora oggi come testamenti inquietanti.
La sua fine, all’idroscalo di Ostia nel 1975, resta una delle pagine più oscure della cronaca italiana. Se inizialmente la pista omosessuale sembrò chiudere il caso con la condanna di Pino Pelosi, negli anni si è fatta strada un’ipotesi più complessa e politica: quella di un omicidio su commissione legato alle rivelazioni che Pasolini stava raccogliendo sulla morte di Enrico Mattei.
A cinquant’anni dalla scomparsa, Pasolini non è solo un ricordo, ma una ferita aperta che continua a interrogarci sulla perdita di purezza del nostro tempo.
Casarsa 1975-2025: un autunno di memoria e futuro
Se Bologna è la radice, Casarsa della Delizia è il luogo del ritorno e della memoria. Il Centro Studi Pier Paolo Pasolini ha lanciato un fitto calendario di appuntamenti che culmineranno nelle giornate di novembre, a mezzo secolo esatto da quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia. Anche a Roma e nelle maggiori città italiane, sono in programma vari eventi per ricordare Pasolini.
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