L’amore di Dante per Beatrice nella lettura di un sonetto della Vita Nova
È vero che la Divina Commedia è l’opera che ha reso Dante Alighieri immortale, ma la sua produzione letteraria è ben più ampia e diversificata. Tra le sue opere giovanili, spicca la Vita Nuova, un prosimetro (una combinazione di prosa e poesia) che rappresenta un preludio fondamentale alla Commedia.
Mentre la Divina Commedia è un viaggio epico attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, la Vita Nuova si concentra sul mondo interiore di Dante, esplorando i tormenti dell’amore, la perdita e la ricerca di significato nella vita.
Il momento letterario
La “Vita Nova” è un prosimetro ovvero un’opera mista di prosa e poesia, per l’esattezza 31 liriche di cui 25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni, scritta tra il 1282 e il 1293, poco prima quindi che Dante Alighieri concludesse, nel 1294, la sua esperienza stilnovistica. In questa opera si ripercorre l’amore di Dante per Beatrice (identificata secondo alcuni studiosi, con la figlia del banchiere fiorentino Folco Portinari), dalla sua prima apparizione fino alla sua morte avvenuta in giovane età.
L’opera è ricca di simbolismi e di riferimenti alla filosofia e alla teologia del tempo e rappresenta un momento fondamentale nella formazione di Dante poeta e nella sua evoluzione stilistica. Siamo in un periodo storico caratterizzato da lotte tra Guelfi e Ghibellini, a cui Dante stesso partecipa, con una cultura dominata dalla filosofia scolastica (con esponenti del calibro di Tommaso d’Aquino) e dal pensiero religioso cristiano. La letteratura italiana è ancora in fase di sviluppo, ma si stanno affermando nuovi generi come il prosimetro, per l’appunto e la poesia d’amore.
“Vita Nova” è la prima opera organica scritta dal Sommo Poeta, quindi un’opera della sua giovinezza che si inserisce nel contesto del Dolce Stil Novo, quella corrente letteraria sviluppatasi in Italia nel XIII secolo. I poeti stilnovisti celebravano l’amore come una forza spirituale che eleva l’uomo verso Dio. La donna amata era vista come un essere angelico, una creatura quasi divina in grado di ispirare l’amore e la poesia.
Sebbene ispirato a Guido Cavalcanti, nello scrivere Vita Nova, Dante si distacca dalla produzione più tarda del suo predecessore, dando vita alle “Nove rime” che abbracciano il modello di amore positivo caratteristico del primo Cavalcati: “Vita Nuova” è una vita rinnovata dall’amore per Beatrice, un amore che non è quella “reciprocità di servizio” tanto cara ai cortesi ma un vero e proprio “miracolo” di devozione.
Sebbene sia indirizzata a Beatrice, Dante utilizza un espediente narrativo particolare per celare, coprire questo amore, dedicando – apparentemente – le rime a delle donne “schermo”.
Tanto gentile e tanto onesta pare
Tra i componimenti presenti nella Vita Nova entriamo nel dettaglio del più celebre: Tanto gentile e tanto onesta pare (XXVI).
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
4 e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
8 da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
11 che ’ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
14 che va dicendo a l’anima: Sospira.
Questo componimento è uno dei più significativi del Dolce Stil Novo ed è stato capace di un’influenza enorme sulla letteratura successiva e ha contribuito a fare di Dante uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, ben prima della Commedia. Gli esponenti di questa poetica si distaccano sia da quella toscana che dalla precedente – seppur breve – tradizione siciliana e dalla lirica provenzale. Il sonetto fa parte di quella produzione dantesca della fase delle “rime della lode”.
Cosa significa questo testo?
Vi propongo due parafrasi, una classica (la n. 1) e una (n. 2) personale ovvero come la interpreto, come lo sento, quando leggo questo splendido componimento!
Parafrasi 1 – Tanto gentile e tanto onesta appare la mia donna quando saluta qualcuno, che ogni lingua diventa tremante e muta, e gli occhi non osano guardarla. Cammina, sentendosi lodare, benignamente vestita di umiltà; e sembra che sia una creatura venuta dal cielo in terra per mostrare un miracolo. Si mostra così piacevole a chi la guarda, che dà, attraverso gli occhi, una dolcezza al cuore, che non può capire chi non la prova: e sembra che dalle sue labbra si muova uno spirito soave pieno d’amore, che va dicendo all’anima: Sospira.
Parafrasi 2 – Quando saluta qualcuno, la mia signora si mostra in tutta la sua gentilezza e grazia, tanto che ogni persona balbetta e ammutolisce e non osa guardarla. Sentendosi benvoluta, cammina mantenendo un atteggiamento di amorevole umiltà; e sembra che sia un angelo venuto dal cielo sulla terra per mostrare il miracolo della potenza dell’amore di dio. Si mostra così bella a chi la guarda, che attraverso lo sguardo infonde nel cuore una dolcezza così piacevole che non può capirla chi non la prova: e sembra che dalle sue labbra e dal suo viso si muova uno spirito soave e pieno d’amore che sussurra all’anima: questo è Dio.
Analizziamo il testo e vediamo quali sono gli elementi stilistici che lo caratterizzano
Passiamo ad un’analisi dettagliata del testo e degli elementi stilistici che lo caratterizzano. Questa parte può sembrare ostica e forse noiosa ai non “addetti ai lavori” eppure vi assicuro rimane molto interessante per comprendere gli espedienti narrativi utilizzati dal Sommo poeta per esprimere i suoi sentimenti, il suo messaggio, il suo Io interiore.
Il sonetto è composto da 14 versi endecasillabi piani, dove l’accento cade sulla penultima delle undici sillabe. Descrive l’effetto che la donna amata da Dante, Beatrice, ha su chi la incontra. La sua gentilezza e onestà sono tali da lasciare senza parole tutti quelli che la incontrano.
Il sonetto è formato da due quartine con rima incrociata che seguono lo schema ABBA e due terzine con rima invertita che seguono lo schema ABC CBA, schema che ricorre anche in altre rime della Vita Nova. Lo schema complessivo del sonetto è: ABBA ABBA ABC CBA.
Il linguaggio è ricco di figure retoriche, come metafore, similitudini e personificazioni, vediamo le principali.
Nei versi 1-2, 7-8 e 12-13 Dante fa ricorso all’enjambement. Versi 1-2 pare/la donna mia che pone l’attenzione sulle parole “gentile” e “onesta” e con una sospensione del discorso che ha l’effetto di rallentarne il ritmo. Versi 7-8 venuta/da cielo. Versi 12-13 si muova/uno spirito.
L’uso ripetuto della congiunzione “e” (polisindeto) è un altro espediente per conferire al sonetto quel ritmo lento tipico della contemplazione estatica. (versi 1, 4, 7, 12).
Nel verso 1 troviamo una endiade negli aggettivi “gentile” e “onesta”.
Troviamo una serie di alliterazioni nel verso 1 (per t e n), nel verso 2 (per la a), nel verso 89 (per la m e la r).
Al verso 2 troviamo una anastrofe in quanto l’ordine corretto è “la mia donna” invece che “la donna mia”. Sempre nello stesso verso “quand’ella saluta altrui” è l’ordine corretto al posto di “quand’ella altrui saluta”. Anche nel verso 6 troviamo “d’umiltà vestita” e l’ordine corretto che è “vestita d’umiltà”. Verso 8 “a mostrare miracol” è l’ordine corretto di “a miracol mostrare”.
Nei versi 8 e 9 è presente un poliptoto con la diversa coniugazione del verbo mostrare ovvero mostrare e mostrarsi.
Nel verso 6, la metafora è data dalla definizione di “umiltà” paragonata a un vestito che si può indossare.
Nel verso 3 e 4 sono presenti due iperboli: 3 ch’ogne lingua deven tremando muta e 4 e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Versi 7-8 e 12-13 sono presenti due similitudini, quando Dante paragona Beatrice a una donna venuta dal cielo, un angelo, e quando dal suo volto pare uscire uno spirito soave, con un riferimento sempre al divino.
Tra i versi da 8 e 9 si riscontra un chiasmo in “da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira”.
Il sonetto è un esempio emblematico della poetica stilnovista. La donna amata è idealizzata e quasi divinizzata. La sua bellezza esteriore è solo un riflesso della sua bellezza interiore, della sua purezza e del suo amore. Il poeta è rapito dalla sua apparizione e prova un senso di beatitudine che solo l’amore può dare. Non solo la bellezza primigenia che racchiude la raffigurazione metaforica della Madonna, della santità consapevole, e che attrae gli occhi di chi a incontra, ma anche il sentimento di gioia che questa donna emana e che fa sospirare il cuore non solo di Dante ma delle persone che in lei si imbattono. Ecco questa è una rappresentazione chiara di quella gioia salvifica che sta negli occhi di chi guarda la maestosità dell’amore incondizionato divino capace di accecare per la sua spontanea semplicità.
Ogni strofa, corrispondente ad un intero periodo, contiene delle parole che rimandano al concetto chiave di “mostrare, apparire, farsi vedere” sottolineato da Dante per rimarcare che Beatrice genera in chi la guarda delle sensazioni di grande stupore tanto da non passare inosservata. Mi riferisco a pare, par e mostrarsi.
Leggendo il sonetto, tutti immaginiamo Beatrice, eppure Dante non accenna ad alcun tratto della sua fisicità. Gli attributi che descrive Dante sono sufficienti per pensare a questa donna, ora come allora, con quella bellezza interiore e quella spiritualità miracolosa, capace di annichilire tutte le caratteristiche fisiche che non sono necessarie a descriverla perché lei è pura bellezza.
Siamo, come detto, nel periodo poetico del Dolce Stil Novo scandito anche attraverso una metrica e una ritmica dolce e calma, sempre tesa ad esaltare la figura di una Beatrice beneamata da chi la incontra e che può testimoniare questa verità. Questo è il concetto della poesia ineffabile che cerca di spiegare con le mere parole umane ciò che è trascendente. Il tempo reale del movimento della scena è dato dalla seconda quartina dove l’uso del “si” in “Ella si va”, scandisce il tempo dello svolgimento e quello della stessa protagonista, lo rallenta per poi annullarlo nell’ultima strofa dove l’anima “sospira” in una quiete estatica, manifestazione della sostanza divina a cui si avvicina.
Non solo: lo “spirito soave pien d’amore che va dicendo a l’anima: Sospira” merita un inciso.
Nel mondo greco antico, secondo la concezione Platonica, si riteneva che una persona era costituita dal corpo e dallo spirito mortali e dall’anima immortale. Con la morte di una persona, l’ultima parte ad abbandonare il corpo era l’anima e questa anima nell’uscire, provocava una sorta di soffio, lo stesso soffio che aveva generato prima, all’inizio, quando la vita veniva radicata al momento della nascita di un’esistenza. In questo sonetto sembra proprio che lo spirito si raccomanda all’anima, dopo aver goduto di questa visione beata e beatificante, di sospirare, di ricongiungersi a Dio perché ormai ha sperimentato tutto l’amore più soave. Una visione, un frame, carico di spiritualità.
Tornando al tempo, Dante usa vari escamotage per fermarlo: usa enjambement, la congiunzione “e” ripetuta più volte, e utilizza verbi statici come pare, saluta e guardare, e non verbi di movimento per scandire questo tempo, lento perché è un attimo di trascendente eternità.
Qui mi viene da pensare ad un verso di Dante, scritto successivamente alla Vita Nova dove l’amore ha un’accezione però di tormento e non certo di amore salvifico: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.” verso 103-105 del canto V nell’Inferno della Commedia. Nell’amore condannato di Paolo e Francesca, la soluzione, caro Alighieri, è forse racchiusa nell’amore estatico descritto da te, anni prima in questo sonetto? La donna che può essere amata senza recar “danno”, “solo” per quell’amor puro, divino, che con la sua vita vivifica quella degli altri? Una visione cortese che rimanda a Guido Guinizzelli con l’immagine della donna angelo, e ben distante dalla Villana donna del primo Guittone d’Arezzo.
E per Dante, Beatrice è proprio l’essenza dell’amore incondizionato, solo lui capace di gioire per la gioia altrui, in questo caso dell’amata ma anche delle persone che lei incontra e che con la sua santità, santifica.
Una visione che già Guido Cavalcanti aveva portato in rima, quella della lode alla donna amata, con una poetica dolce e limpida per l’amore concepito come dono positivo.
L’aura di cui è avvolta la scena è senza dubbi spirituale e soprannaturale, circostanza sottolineata dal connubio della parola chiave “pare” di cui gli altri termini divengono – mi permetta la licenza – “aggettivi” come cielo, spirito, amore, anima, mostrarsi. Il “pare” dantesco è un’affermazione di “essere” quindi essere cielo, essere spirito, essere amore, essere anima, essere evidenza.
Nel sonetto è anche possibile giustificare le virtù Teologali di Fede, Speranza e Carità e quelle Cardinali della Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, che elevano lo spirito al pari di un’anima tanto che quest’ultimo si può così “permettere” di dare consigli all’immortale soffio.
L’antitesi mostrata da Dante quando parla di “mia” e “altrui”, rivolgendosi sempre a Beatrice, a voler rimarcare che lei domina il suo cuore ma non è sua nella realtà. Dante in questo sonetto descrive le sue sensazioni e quelle degli altri in un’alternanza di esperienze interne ed esterne che dominano la scena poetica.
“Tanto gentile e tanto onesta pare” è un sonetto di grande bellezza e intensità. È un esempio perfetto della poetica stilnovista e del modo in cui Dante concepiva l’amore. Il sonetto è permeato da un senso di spiritualità e di misticismo: la donna amata è una figura angelica che eleva il poeta verso Dio e gli dona un senso di beatitudine, un tramite per raggiungere Dio. L’amore per Beatrice diventa per Dante un’esperienza spirituale che lo eleva e lo arricchisce interiormente.
Per Dante, l’amore per Beatrice è la strada verso l’eternità.
