Un guerriero etrusco a cavallo: rinvenuto a Barbarano Romano un prezioso sigillo scarabeo del IV secolo a.C.

Un guerriero etrusco a cavallo: rinvenuto a Barbarano Romano un prezioso sigillo scarabeo del IV secolo a.C.

di Pamela Stracci

Un prezioso scarabeo in corniola rossa, raffigurante un guerriero con lancia a cavallo, è stato rinvenuto a Barbarano Romano, in provincia di Viterbo, durante le operazioni di scavo e restauro della Tomba della Salamandra. La scoperta si legge in un post di ieri della Soprintendenza.

Lo scarabeo, databile al IV secolo a.C., è stato recuperato in una delle camere della tomba, depredata in antico. La sua scoperta è avvenuta nell’ambito della programmazione triennale della Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale, che ha diretto i lavori di restauro e consolidamento dell’area.

Il sigillo, di forma ovale e di piccole dimensioni, presenta sul recto l’intaglio di un guerriero a cavallo in abiti da battaglia. Il guerriero impugna una lancia e indossa un elmo e una corazza. Sul verso è invece presente la figura di uno scarabeo. 

Veduta della tomba della Salamandra

La Soprintendenza ha definito il ritrovamento “prezioso” e “importante”. Lo scarabeo, infatti, è una testimonianza dell’arte etrusca e della vita quotidiana nel IV secolo a.C. Il guerriero raffigurato potrebbe essere un aristocratico o un condottiero, e la sua presenza sulla tomba suggerisce che il sigillo potrebbe essere appartenuto al defunto.

Le immagini del recto e del verso del reperto antico sono state diffuse dalla Soprintendenza. Lo scarabeo sarà oggetto di ulteriori studi da parte degli archeologi per comprenderne meglio il significato e il contesto storico.

 

Il tema degli scarabei nell’Etruria

Il tema degli scarabei fu importato in Etruria inizialmente dagli incisori greci. Non solo perle a forma di scarabeo ma anche sigilli. Il contatto tra l’artista e il committente era diretto: le immagini scelte imponevano una importante riflessione perchè nel sigillo era contenuto non solo il messaggio del suo possessore ma anche un aspetto personale di chi lo commissionava. Poteva essere il cane prediletto, un mestiere, l’avo o il mito al quale si teneva. 

Racconta Ateneo che Kallikrates, alla corte di Tolomeo Filadelfo, non solo portava un sigillo con l’immagine di Ulisse ma aveva dato anche ai figli i nomi di Antikleia (la madre di Ulisse) e Telegonos (figli odi Ulisse e Circe). È chiaro che Kallikrates, e la sua famiglia, vantava – o così voleva far credere – una discendenza con l’eroe mitico. Quale miglior modo di evideziare questo legame se non con un sigillo?

 

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Photo-video credits:

MIC – Soprintendenza Beni Archeologici

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