ICE: l’agenzia federale al centro delle proteste negli Stati Uniti
di Moreno Stracci
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti sono attraversati da una serie di proteste senza precedenti contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Le manifestazioni, esplose principalmente a Minneapolis ma estese anche a San Francisco, New York, Boston e altre città, sono state innescate da due sparatorie mortali avvenute durante operazioni federali: la morte di Renée Nicole Good, cittadina statunitense di 37 anni colpita a gennaio da un agente dell’ICE nel quartiere in cui si trovava per documentarne l’attività, e l’uccisione di Alex Pretti, infermiere ritenuto disarmato secondo testimoni e riprese video diffuse online, pochi giorni dopo. Nei primi commenti pubblici sulla sparatoria di Pretti, alcuni funzionari dell’amministrazione dell’allora presidente Donald Trump avevano definito entrambe le vittime “terroristi domestici”, sostenendo che avessero aggredito agenti federali e rappresentato una minaccia per la loro sicurezza, una ricostruzione rilanciata anche attraverso dichiarazioni e messaggi sui social da esponenti della Casa Bianca e del Dipartimento per la Sicurezza Interna. Di fronte alle critiche e alla diffusione di filmati e testimonianze che mettevano in discussione quella versione, la Casa Bianca ha successivamente preso le distanze da tali etichette, precisando che non intendeva formulare giudizi definitivi prima della conclusione delle indagini. Questo scarto tra la prima narrazione ufficiale e la successiva ritrattazione ha contribuito ad amplificare il dibattito pubblico sulla legittimità e sui metodi dell’agenzia, portando migliaia di persone in piazza a chiedere responsabilità, riforme profonde e, in alcuni casi, l’abolizione dell’ICE
Da dove nasce l’ICE: una storia legata alla sicurezza interna
L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia federale degli Stati Uniti istituita nel 2003, nell’ambito del Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security), creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 con l’obiettivo di unificare diverse funzioni di sicurezza interna e prevenzione del terrorismo.
L’ICE nasce dalla fusione delle competenze investigative e di controllo interno delle precedenti United States Customs Service e Immigration and Naturalization Service (INS), con il mandato dichiarato di rafforzare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, contrastare il crimine transfrontaliero e tutelare la sicurezza nazionale e pubblica.
La missione ufficiale e le divisioni interne
Secondo il sito istituzionale, la missione dell’ICE è quella di “proteggere l’America attraverso indagini penali e l’applicazione delle leggi sull’immigrazione per salvaguardare la sicurezza nazionale e la sicurezza pubblica”.
L’agenzia è articolata in due principali componenti operative.
Enforcement and Removal Operations (ERO) si occupa dell’identificazione, dell’arresto, della detenzione e della rimozione delle persone soggette a espulsione dal paese.
Homeland Security Investigations (HSI) conduce invece indagini su reati transnazionali, tra cui traffico di esseri umani, droga, contrabbando e terrorismo.
L’ICE conta oltre 20.000 dipendenti e più di 400 uffici negli Stati Uniti e all’estero. Opera prevalentemente all’interno del territorio nazionale, mentre il controllo delle frontiere è affidato ad altre agenzie federali, come la U.S. Customs and Border Protection (CBP) e la U.S. Coast Guard.
Poteri e strumenti operativi
Gli agenti dell’ICE hanno l’autorità di identificare, arrestare, detenere e rimuovere persone sospettate di violare le leggi sull’immigrazione. In molte circostanze possono operare senza mandato giudiziario, purché nel rispetto della legge federale e costituzionale statunitense.
I poteri includono la detenzione e l’arresto di persone ritenute irregolarmente presenti sul territorio, la perquisizione e l’arresto in aree pubbliche e l’uso di una forza considerata “ragionevole e necessaria” in determinate circostanze, compreso l’impiego di armi letali quando ritenuto giustificabile.
Questi strumenti rientrano nel mandato dell’agenzia, ma sono anche al centro di controversie legali e civili, poiché incidono su ambiti sensibili come la libertà personale, la tutela contro perquisizioni irragionevoli e l’uso della forza.
Accuse e controversie
Nel corso degli anni, l’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) è stata al centro di numerose accuse documentate da media internazionali, organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo federali. Un rapporto dell’Office of Inspector General del Dipartimento per la Sicurezza Interna, ripreso da The Intercept, ha rivelato che tra il 2010 e il 2017 sono state presentate oltre 1.200 segnalazioni di abuso sessuale in custodia per l’immigrazione, con una percentuale limitata di casi formalmente indagati.
Nel 2020, testate come The Guardian e The Intercept hanno inoltre riportato accuse di sterilizzazioni forzate o non consensuali ai danni di donne detenute presso l’Irwin County Detention Center, in Georgia, sollevate da una whistleblower e supportate da testimonianze scritte di decine di ex detenute. Secondo analisi giuridiche pubblicate da Just Security, tali pratiche configurerebbero una possibile responsabilità internazionale degli Stati Uniti.
Altre critiche riguardano le condizioni di detenzione e il rispetto dei diritti fondamentali. Business Insider e CNN hanno riferito di denunce secondo cui detenuti musulmani sarebbero stati costretti a consumare pasti non conformi ai precetti religiosi, inclusi alimenti a base di carne di maiale o cibo scaduto. Il Los Angeles Times ha documentato casi di cittadini statunitensi detenuti erroneamente per mesi o anni, attribuiti a errori nei database e verifiche incomplete.
Particolare attenzione mediatica ha suscitato anche la separazione dei minori dalle famiglie durante l’applicazione della politica di “zero tolerance” del 2018. Come riportato da Vox, Newsweek e The Washington Post, migliaia di bambini furono allontanati dai genitori, una pratica criticata da organizzazioni umanitarie, da ex funzionari governativi e anche da figure istituzionali come l’ex first lady Laura Bush, che la paragonò ai campi di internamento del secondo conflitto mondiale.
L’ICE respinge l’idea di un comportamento sistemico illegale o abusivo e sostiene che molte delle accuse derivino da informazioni parziali o fuorvianti. In comunicati ufficiali, l’agenzia afferma che le operazioni vengono condotte nel rispetto delle leggi federali e che eventuali irregolarità sono affrontate attraverso meccanismi interni di controllo, avvertendo che la diffusione di notizie non contestualizzate può generare paura ingiustificata nelle comunità locali.
Verso una nuova stagione di dibattito
Le proteste del 2026 contro l’ICE riflettono non solo la rabbia per eventi tragici come le morti di Renée Good e Alex Pretti, ma anche una domanda più ampia su che tipo di società gli Stati Uniti vogliono essere nel trattare le persone al di fuori o ai margini del sistema legale e amministrativo. Le manifestazioni, pur prive di una leadership unificata, stanno spingendo il paese verso una riflessione nazionale su immigrazione, applicazione della legge e diritti umani — temi che continuano a dividere profondamente l’opinione pubblica americana.
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