Il nudo nell’Arte

Il nudo nell’Arte

Il corpo come oggetto di rappresentazione appartiene a tutte le culture e a tutte le epoche, anche se con modalità e significati diversi. L’idea stessa di nudo, cioè la rappresentazione del corpo umano con l’unica finalità di mostrarne forme e bellezza, è in Grecia che nasce e che si esprime, sia in pittura sia in scultura. Soggetto privilegiato di buona parte dell’arte greca fu l’atleta nudo, celebrato per le sue gesta sportive e fonte d’ispirazione per raffigurare dei, eroi e personaggi mitologici.

L’incontro con la civiltà e la cultura greca finì per imporre anche nell’arte romana l’immagine del nudo, con la realizzazione di copie delle grandi opere greche e con creazioni originali. Nel Medioevo, invece, si abbandonò la rappresentazione classica del nudo, comunque sempre presente, in sospensione tra rappresentazione di peccato e stato di grazia.
Nel Rinascimento il nudo nell’arte si riaffermò rinsaldandosi alla classicità e raggiunse vette espressive
eccelse, basti pensare all’eroica rappresentazione michelangiolesca del nudo maschile che fece affermare al Maestro: Chi può essere tanto barbaro da non comprendere che il piede dell’uomo è più nobile della calzatura che lo riveste e che la sua pelle è più nobile della lana che lo ricopre?
Anche nel nord Europa, nella visione artistica di Albrecht Dürer, ad esempio, tale tema divenne progressivamente centrale. Durante il primo soggiorno a Venezia l’artista eseguì copie di molti nudi classicheggianti e ispirò tutta la sua opera alla ricerca di una formula che ben rappresentasse il corpo in armoniche proporzioni. Fu lui a dipingere uno dei primi nudi a grandezza naturale della storia della pittura tedesca, “Adamo”, dalla figura flessuosa e slanciata, in cui la morbidezza delle carni si sostituiva alle forme muscolose dell’Adamo di un altro suo dipinto: il “Peccato originale”.
Nel ‘600 il modo di rappresentare la figura umana in nudità fu riconsiderato e, tra luce e ombra, riapprodò al classico. Rubens ne fu un grande interprete, proponendo nudi femminili voluttuosi e prosperosi, in linea con i canoni di bellezza dell’epoca, e d’interessante resa pittorica, tanto che delle sue floride figure si diceva che fossero dipinte con il latte e con il sangue.
Fu nel ‘700 che nacque l’idea moderna di nudo senza alcun bisogno di giustificazione religiosa o morale, e quello femminile fu in rappresentazione solo di se stesso. Si pensi ai sensuali nudi di Boucher, eseguiti in diverse versioni e in pose sempre disinibite e naturali, che molta ammirazione suscitarono grazie alla sublimazione che li trasfigurava in immagini sognanti di ninfe e dee, e alle sculture del Canova, che impiegò il nudo in tutte le modulazioni possibili, considerandolo la forma privilegiata per esprimere l’idea del Bello.

Egon Schiele

Centrale nell’Ottocento furono le opere di Ingrés, nella cui produzione il nudo femminile fu un Prassitele, Hermes con Dioniso, metà del IV secolo a.C. circa tema costante, amando esaltare un ideale di donna seducente, dalle forme compatte e piene, con la curva del dorso accentuata e le spalle rotonde, talvolta anche inserita in suggestive ambientazioni orientali.

Con il Romanticismo e il Simbolismo mutò nuovamente il modo di guardare al nudo, non più fine a se stesso ma legato alla carne, relazionato profondamente al piacere o alla morte.
Gli Impressionisti, invece, imposero, non senza scandalizzare, una carnalità prorompente, con la figura femminile ben cosciente della propria sensualità. Courbet colse la bellezza muliebre con realismo, nella quotidianità, Renoir fu influenzato maggiormente dalle figure elette, ninfe e dee, e, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, si volse quasi esclusivamente ai nudi femminili, dalle floride forme.
La nuova poetica novecentesca portò a riconsiderare anche il nudo, che, da allora in poi, cominciò a mostrarsi in tutti i limiti della sua condizione umana insidiata dal dolore e dalla morte. Schiele e Klimt rappresentarono figure magre, malinconiche e contorte. Klimt, in particolare, fu molto attratto dall’immagine della donna considerata insieme madonna e femme fatal, sensuale e misteriosa, seducente e ripugnante, e l’erotismo fu un tema continuo nella sua pittura, spesso mascherata dagli ori scintillanti.
Con il Cubismo, sezionata e rimontata la figura umana secondo un nuovo criterio compositivo, il nudo divenne a spigoli, mentre con il Surrealismo, influenzato dalla psicoanalisi, assunse significati inconsci ed oscuri.
Ricorrenti anche in Grosz, uno dei maggiori talenti del Novecento, i nudi muliebri, però brutali, realistici, espressi dal soggetto ricorrente delle prostitute berlinesi, vittime della lussuria maschile, attraverso scene anche di crudo erotismo.
Nel Novecento la Body Art considerò il corpo la tela vergine da modificare per esprimere la tragicità, ed anche la comicità, dell’essere umano.
La rappresentazione della nudità ha, dunque, interessato gli artisti di ogni epoca, anche se, nel tempo, sono progressivamente mutati sensibilità e principi ispiratori.

Francesca Santucci

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Testo primo classificato al Premio per le Arti “Marta Redolfi” 2023 di Quia APS, nella sezione “Saggistica inedita”.

Ingrés

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