Il presepe: la volontà di Dio di mostrare il suo volto

Il presepe: la volontà di Dio di mostrare il suo volto

di Moreno Stracci

Quest’anno si festeggiano gli 800 anni dalla nascita tradizionale del presepe. La scena della natività, nata per volontà di San Francesco d’Assisi, ci conduce lungo il percorso della dolcezza e della virtù nascosta nella fragilità di un bambino. Oltre ai suoi significati religiosi, che qui sono messi da parte, ha così tanto da insegnare: la potenza non è un atto di forza ma la consapevolezza che tra i piccoli si nasconde il più piccolo e da questo nasce la grandezza del messaggio di Dio. Un messaggio semplice che l’umanità nel corso dei secoli non ha fatto altro che complicare e rendere inattuabile. Dio non è il dio rappresentato dalle religioni. Dio è semplicemente amore. Gesù non è il figlio sacrificato dal padre. Gesù è lo Spirito di Dio che si incarna per mostrarci il suo volto in un modo comprensibile. Noi non siamo creature vittime del male, cacciate dal Paradiso e obbligate a sentirci in colpa per un sacrificio che non c’è stato. Siamo esseri in viaggio dalla materia alla luce sulle ali dell’amore. Questo è ciò che il presepe vuole raccontarci: abbiamo bisogno di una religione, qualsiasi sia, per arrivare a destinazione?

Presepe di Greccio (Ciclo delle Storie di san Francesco), Giotto, affresco, 1295-1299

Il primo presepe al mondo fu realizzato da San Francesco nel 1223 nel borgo reatino di  Greccio. La tradizione racconta che nel dicembre di quell’anno, San Francesco, desiderando rinnovare il senso del Natale per i suoi seguaci e la  comunità, decise di organizzare una rappresentazione vivente della Natività durante la Messa di Mezzanotte. San Francesco, con l’aiuto di alcuni contadini del luogo, allestì un presepe vivente completo con un bue e un asino. L’atmosfera era carica di devozione e semplicità, e la scena rappresentava la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. Nasce così la tradizione che da 800 anni porta in molte case l’usanza di rappresentare la venuta nella materia di Gesù. Nel presepe è rappresentato tutto il messaggio di Dio, che non è un messaggio di salvezza, parola intrisa di paura umana che implica un cattivo dal quale essere salvati, ma un esempio di come ci si può elevare, nel pieno del proprio libero arbitrio, per incontrare Dio. Un Dio ben diverso da quello raccontato dalle religioni. Un Dio che ci ha donato il libero arbitrio affinché possiamo desiderare, quasi con nostalgia, di incontrare e abbracciare l’Amore Incondizionato, che è la vera e sola sostanza di Dio. Scopriamo così che il presepe non rappresenta la nascita di Gesù ma l’attimo in cui lo Spirito Agente di Dio decide di incarnarsi per mostrare all’umanità la vera natura della Vita vera. E questa decisione non è messa in pratica attraverso un’appariscente discesa dai cieli, ma dalla silenziosa nascita di un bambino, segno sì di speranza ma soprattutto di fragilità, di piccolezza: il più piccolo tra i piccoli, ecco chi è Gesù. Lo Spirito di Dio che conscio della sua natura non ha bisogno di dare prova di forza o di imporre il proprio volere. Ecco il segreto del presepe e di Dio: io mi mostro per quello che veramente sono, voi mi amerete solo se lo vorrete. E se lo farete, sapremo entrambi che è amore vero. Un messaggio che contrasta fortemente con i giochi di potere che l’umanità crea fin dalla sua comparsa, e sui quali basiamo la maggior parte dei nostri rapporti. Un messaggio semplice: io desidero che tu mi ami e spero che lo farai. Tutto ciò che faccio è mostrarti chi sono e lasciarti libero di scegliere. In questa atmosfera, vediamo comparire nella scena del presepe tanti personaggi, ognuno col suo significato.

Scopriamoli.

 

Viagio dei Magi, Sassetta, 1433-1435

Il protagonista principale è senza ombra di dubbio Gesù Bambino, che insieme Maria e Giuseppe rappresenta la famiglia. Loro ci raccontano, come detto sopra, il modo in cui lo Spirito di Dio decide di incarnarsi, attraverso la nascita materiale, unica capace di permettergli un’esperienza completa della materia. Ci  raccontano, inoltre la volontà di lasciare a noi la decisione non di credere in lui ma di vedere la sua vera natura e amarlo. E lo fa mostrandosi nella gracile purezza di bambino. Come può un bambino mostrarci la via dell’eternità? Questo ci viene da domandare eppure forse sarebbe più corretto chiederci: Siamo pronti a seguire un bambino? Siamo disposti a vedere oltre la sua impotenza? Il bue e l’asinello hanno un posto d’onore nella stalla. Essi rappresentano le forze che muovono, nella visione tradizionale, il creato: il bene e il male. Forse la dicotomia bene-male può essere vista come una contrapposizione tra  azione e non azione, tra il percorrere attivamente il nostro viaggio dalla materia alla luce e il subire l’illusoria e limitante attrazione del qui e ora.

Troviamo poi il cacciatore e il pescivendolo, che non devono mai mancare. Il primo rappresenta la morte e il secondo la vita tant’è che il pescivendolo è la prima statuina che si posiziona sulla scena dopo la Sacra Famiglia. In profondità, la vita rappresenta l’amore incondizionato che solo sa donarci l’eternità, la morte invece, lontana da essere mera cessazione di funzioni biologiche, ci indica la nostra volontà, spesso inconsapevole, di non voler abbracciare l’eternità. La morte, quella dello spirito, non è mai qualcosa che subiamo, anch’essa è una scelta.

E incontriamo i cari pastori. Questi sono interpretati tradizionalmente come rappresentazione dei popoli di tutto il mondo che portano a conoscenza Gesù delle sofferenze terrene sotto forma di pecore e agnelli indifesi da sacrificare. In una visione più ampia, indicano chiunque decida di ascoltare il messaggio di Dio, sia anche per semplice curiosità, chi si apre a una visione della vita diversa da quella condivisa, chi decide, infine, nel proprio quotidiano di incarnare e diventare esempio di amore incondizionato, mostrando il cammino agli altri.

L’angelo messaggero annuncia la venuta dello Spirito di Dio che è Redentore, non nel senso di colui che ci libera dal peccato originale, un’idea tutta umana che giustifica la nostra condizione di deboli vittime del male, ma l’Essere che ci mostra la strada per divenire pienamente liberi: liberi di scegliere, liberi di amare.

Ci sono poi le statuine del macellaio, del falegname, del sognatore Benino, e dell’oste che raffigura l’Eucarestia, la quale rappresenta la semplice azione del condividere e del ringraziare, sentimenti naturali in chi vive nell’amore incondizionato.

Questi personaggi insieme agli altri indicano tradizionalmente i mesi dell’anno: il macellaio gennaio, il casaro febbraio, il pollivendolo marzo, il venditore di uova aprile, gli sposi con ciliegie il mese di maggio, il panettiere giugno, il venditore di pomodori luglio, il cocomeraio agosto, il seminatore settembre, l’oste ottobre, il castagnaro per novembre e il pescivendolo che è dicembre.

Arrivano poi i Re Magi a rappresentare i continenti allora conosciuti: Europa, Africa e Asia. I Magi vengono dall’Oriente, la terra dove sorge il sole e terminano il loro viaggio nel luogo dove è nato il “nuovo sole bambino”. Cavalcano tre cavalli (solo più tardi i cavalli saranno rappresentati da cammelli) che raffigurano il tempo nei tre diversi momenti della giornata. Melchiorre su un cavallo bianco rappresenta l’alba; Gaspare su uno fulvo associato a mezzogiorno, e Baldassare su un cavallo nero che rappresenta la notte, quasi a ricordarci la nostra temporanea permanenza nella materia, scandita da spazio e tempo, nella quale dobbiamo imparare a muoverci portando il messaggio di Dio. Melchiorre è un vecchio barbuto, porta oro a simbolo di ricchezza e potere; Gaspare è un giovane dalla pelle scura, porta mirra come segno premonitore della futura sofferenza di Gesù; C’è poi l’anziano Baldassare, porta incenso che servirà per le preghiere e i sacrifici.

Con uno sguardo libero dalla tradizione, i tre doni possono essere interpretati come simboli di luce (oro), amore (incenso), eternità (mirra).

È chiaro che un’interpretazione così fatta del presepe, oltre che scaturire l’ira o la compassione di praticanti più tradizionalisti, pone una serie di considerazioni che ognuno troverà il modo di approfondire. Il presepe, seppur nato all’interno di una determinata tradizione religiosa, non ne rappresenta un’esclusiva, e il vero messaggio che ci dona, se siamo disposti a mettere in dubbio le nostre convinzioni, va oltre tutte le sovrastrutture create dall’umanità per governare le masse o per giustificare la propria condizione. 

Nell’idea di San Francesco, il presepe rappresentava un messaggio d’amore, quell’amore scelto in libertà e, per questo, capace di condurre all’eternità noi e coloro ai quali lo mostreremo. 

Si tratta di Dio, non di religione, qualsiasi essa sia.

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Presepe di notte, Geertgen tot Sint Jans, c. 1490

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