L. Pirandello: Donna Imma (prima 1)

L. Pirandello: Donna Imma (prima 1)

Donna Imma
Novella tratta dalla raccolta "Un cavallo nella luna" (1918) di Luigi Pirandello

PRIMA PARTE

Quando donna Mimma col suo bel fazzoletto di seta celeste annodato largo sotto il mento passa per le vie del paesello assolate, si può credere benissimo che la sua personcina linda, ancora diritta e vivace, sebbene modestamente raccolta nel lungo scialle nero frangiato, a pizzo, non projetti alcun’ombra su l’acciottolato di queste viuzze qua, nè sul lastricato della piazza grande di là.
Si può credere benissimo, perché agli occhi di tutti i bimbi e anche dei grandi che, vedendola passare, si sentono pur essi ridiventar bimbi a un tratto, donna Mimma reca un’aria con sè, per cui subito sopra e attorno a lei tutto diventa come finto: di carta il cielo; il sole, una spera di porporina, come la stella del presepio. Tutto il paesello, con quel bel sole d’oro e quel bel cielo azzurro nuovo su le casette vecchie, basse, con quelle sue chiesine dai campaniletti tozzi e le viuzze e la piazza grande con la fontana in mezzo e in fondo la chiesa madre, appena ella vi passa, diventa subito tutt’intorno come un grosso giocattolo di Befana, di quelli che a pezzo a pezzo si cavano dalla scatolona ovale, che odora di colla deliziosamente, che ogni dadolino — e ce ne son tanti — è una casa con le sue finestre e la sua veranda, da mettere in fila o in giro per far la strada o la piazza, e questo dado qui più grosso è la chiesa con la croce e le campane, e quest’altro, ecco, la fontana, da metterci attorno questi alberetti qua, che han la corona di trucioli verdi verdi e un dischetto sotto, per reggersi in piedi.
Miracolo di donna Mimma? No. È il mondo in cui donna Mimma vive agli occhi dei piccoli e anche dei grandi che ridiventano subito piccoli appena la vedono passare. Piccoli, per forza, perché nessuno può sentirsi grande davanti a donna Mimma.
Nessuno.
Questo mondo ella rappresenta ai bimbi quando si mette a parlare con essi e dice loro come a uno a uno ella sia andata a
comperarli lontano lontano.
— Dove?
Eh, dove! Lontano, lontano….
— A Palermo?
A Palermo, sì, con una bella lettiga bianca, d’avorio, portata da due belli cavalli bianchi, senza sonagli, per vie e vie lunghe, di notte….
— Senza sonagli perché?
— Per non far rumore….
— E al bujo?
Sì; ma c’è pure la luna, di notte, le stelle…. Ma anche al bujo, sicuro! Viene la notte, quando si cammina e cammina a giornate, per tanta via…. E poi sempre di notte s’arriva, al ritorno, con quella lettiga là: zitti zitti, che nessuno veda, che nessuno senta….
— E perché?

Ma perchè, se no, guaj! Il bambinello comperato da poco non può vedere nessuno, non può sentire nessun rumore, chè si spaventerebbe, e neppure può vedere in principio la luce del sole. Guaj!
— Come comperato?
— Ma coi denari di papà…. Eh sì, tanti….
— Flavietta?
— Ma sì, Flavietta più di duecent’onze…. più più…. con questi riccioletti d’oro, con questa boccuccia di fragola…. Perchè papà la volle bionda così, ricciutella così e con questi occhi grandi d’amore che mi guardano, gioja mia, non mi credi? poche duecent’onze, per quest’occhi soli! vuoi che non lo sappia, se t’ho comperata io? E pure Ninì, sì certo…. Tutti vi ho comperati io. Ninì un pochino di più, perchè è maschietto, e i maschietti, amore mio, costano sempre un pochino di più: lavorano, poi, i maschietti e, lavorando, guadagnano assai, come papà. Ma sapete che pure papà l’ho comperato io? Io, io…. Quand’era piccolo piccolo, certo! quand’ancora non era niente! Sicuro: gliel’ho portato io, di notte, con la lettiga bianca alla sua mamma, sant’anima…. Da Palermo, sì…. Quanto, lui?
Uh, migliaja d’onze, migliaja….
I bimbi la guardano allocchiti. Le guardano quel fazzoletto bello, di seta celeste, sempre nuovo, su i capelli ancora neri, lucidi, spartiti in due bande che, su le tempie, formano due treccioline che passano su gli orecchi, dai cui lobi, stirati dal peso, pendono due massicci orecchini a lagrimoni. Le guardano gli occhi un po’ ovati, dalle pàlpebre esili, guarnite di lunghissime ciglia; la pallottolina del naso un po’ venata, tra i fori larghi violacei delle nari; il mento un po’ aguzzo, su cui s’arricciano metallici alcuni peluzzi…. Ma la vedono come avvolta in un’aria di mistero, questa vecchietta pulita, che tutte le donne chiamano, e anche la loro mamma, la Comare, che quando viene a visita càpita sempre che la mamma non sta bene, e pochi giorni dopo, ecco, spunta un altro fratellino o un’altra sorellina, che è stata lei ad andarli a comperare, lontano lontano, a Palermo: lei, questa qua, con la lettiga…. E che è la lettiga?… La guardano, le toccano pian piano, coi ditini curiosi, un po’ esitanti, lo scialle, la veste…. ed è, sì, una vecchietta pulita, che non pare diversa dalle altre; ma come può andare poi così lontano lontano, con quella lettiga, e come l’ha lei, quest’ufficio nel mondo, di comperare i bambini e di portarli, i bambini, come la Befana i giocattoli?
Ma essi, dunque…. — che cosa? No, non sanno che pensare; ma sentono in sè, vago, un po’ del mistero che è in quella vecchietta, la quale è qua con loro adesso, qua che la toccano, ma che se ne va poi così lontano a prenderli, i bambini, e dunque anche loro…. già….
a Palermo, dove? dove lei sa ed essi, piccoli, non sanno; benchè certo, là, piccoli piccoli, ci sono stati anche loro, se ella è andata a comperarli là….
Istintivamente con gli occhi le cercano le mani. Dove sono le mani? Lì, sotto lo scialle…. Perchè non le mostra mai donna Mimma, le mani? Già! con le mani non li tocca mai: li bacia, parla con loro, gestisce tanto con gli occhi, con la bocca, con le guance; ma dallo scialle le mani non le cava mai per far loro una carezza…. È strano. Qualcuno, più ardito, glielo domanda:
— Perchè? Non le hai, le mani?
— Gesù! — esclama allora donna Mimma, volgendo uno sguardo d’intelligenza alla mamma, come per dire: — “È che è? diavolo,
questo bambino?„.
— Eccole qua! — soggiunge poi subito, mostrando le due manine coi mezzi guanti di filo. — Come non le ho, diavoletto? Gesù, che domande….
E ride, ride, ricacciandosi le mani sotto e tirandosi con esse lo scialle su su, fin sopra il naso, per nascondere quelle risatine che, Dio liberi…. Oh Signore! le viene di farsi la croce…. Ma guarda che cose possono venire in mente a un bambino!
Pajono fatte, quelle mani, per calcare nello stampo la cera di cui sono formati i Bambini Gesù che in ogni chiesa si portano su l’altare in un canestrino imbottito di raso la notte di Natale. Sente donna Mimma la santità del suo ufficio, la religione della nascita, e agli occhi dei bimbi la copre con tutti i veli del pudore; e anche parlandone coi grandi non adopera mai una parola, che muova o diradi quei veli; e ne parla con gli occhi bassi e il meno che può. Sa che non sempre è lieto, che spesso anzi è così triste il suo ufficio d’accogliere nella vita tanti esserini che piangono appena vi traggono il primo respiro. Può essere una festa il bimbo ch’ella porta in una casa di signori; anche per il bimbo, sì; benchè non sempre neanche lì! Ma portarli — e tanti, tanti — nelle case dei poveri….
Gliene piange il cuore. Ma è lei sola a esercitare, da circa trentacinque anni, quest’ufficio nel paesello. O per dir meglio, era lei sola, fino a jeri.
Ora è venuta dal Continente una smorfiosetta di vent’anni, piemontesa; gonna corta, gialla, giacchetto verde; come un maschiotto, le mani in tasca: sorella ancora nubile d’un impiegato di dogana. Diplomata dalla R. Università di Torino. Roba da farsi la croce a due mani, Signore Iddio, una ragazza ancora senza mondo, mettersi a una simile professione! E bisogna vedere con quale sfacciataggine: per miracolo non se la porta scritta in fronte! Una ragazza…. una ragazza, che di queste cose…. Dio, che vergogna! E dove siamo?
Donna Mimma non se ne sa dar pace. Volta la faccia, si ripara gli occhi con la mano appena la vede passare sculettando per la piazza, a testa alta, la gonna corta, le mani in tasca, la piuma bianca ritta al vento sul cappellino di velluto. E che strepito fanno quei tacchetti insolenti sul lastricato della piazza: — Passo io! passo io!
Ma quella non è donna: una diavola è! Non può essere creatura di Dio, quella! Come? che tabella? Ah sì? ha fatto appendere la tabella col nome e la professione sul portoncino di casa? E si chiama? Elvira…. come? Signorina Elvira Mosti? Ci sta scritto signorina? E che vuol dire diplomata? Ah, la patente. La vergogna patentata. Dio, Dio, si può credere una cosa simile? E chi la chiamerà quella sfacciata? Ma che esperienza poi, che esperienza può aver lei, se ancora…. in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo…. S’hanno da vedere di queste cose ai giorni nostri? in un paesello come il nostro? Vih…. vih…. vih….
E donna Mimma scuote in aria le manine coi mezzi guanti di filo come se si vedesse lingueggiar davanti le fiamme dell’inferno.
— Nossignora, grazie, che caffè, signora mia! acqua, un sorso d’acqua, mi faccia portare; sono tutta sconcertata! — dice nelle case delle clienti, da cui di tanto in tanto si reca a visita, o a fare, com’ella dice, “un’affacciata„, per sapere…. no? niente? Lasciamo fare a Dio, signora mia, ringraziato sia sempre in cielo e in terra!
Se n’è fatta quasi una fissazione; non perchè tema per sè, che le signore le abbiano a fare un torto per quella lì; figurarsi se può temere una tal cosa conoscendo che signore sono, col timore di Dio, con l’educazione del paese e il rispetto delle cose sante!
Neanche per sogno….
— Ma dico, dico, oh Vergine Maria, per la cosa in sè…. questo scandalo…. una ragazzaccia…. mi pare il mondo tutto sottosopra…. Per i bambini, dico, per le creaturine innocenti; ma ci pensa, signora mia? Dicono che parla come un carabiniere…. che tutte le parolacce le dice belle, così…. chiare, come se fosse una cosa naturale…. una ragazza! Io non so…. io non so, c’impazzisco, signora mia!
È tanto compresa della mostruosità di quello scandalo, che non s’accorge dell’impaccio afflitto con cui la guardano le signore. Pare che abbiano da dirle qualche cosa e non ne trovino il coraggio. Tutte le dànno ragione, sì: oh, uno scandalo davvero…. e loro, se Dio le ajuta, mai per casa una ragazzaccia così; ma…. ma…. che rimedio, cara donna Mimma? non c’è niente da fare; non solo, ma…. ma….
— E non trovano il coraggio di dirle altro.
Oggi, il medico condotto s’è voltato di là, vedendola passare. Non l’ha vista? Ma sì, che l’ha vista! L’ha vista e s’è voltato…. Perchè?
Viene a sapere, poco dopo, che quella svergognata lì è andata a trovarlo in casa, col fratello. Certo per raccomandarsi. Chi sa che moine gli avrà fatte, come le sanno fare codeste forestieracce sbandite che nelle grandi città del Continente hanno perduto il santo rossore della faccia; ed ecco che questo rimbambito di medico…. Il diploma? E che c’entra il diploma? Ah sì, difatti, per il diploma….
Ma via, che non si sanno queste cose? Due smorfiette, due carezzine, e come la paglia pigliano fuoco, gli ominacci…. anche i vecchi adesso, senza timor di Dio! Che fa il diploma? che c’entra? Esperienza ci vuole, esperienza….
— Eh, ma anche il diploma, donna Mimma, — le risponde sospirando il farmacista, col quale, passando, s’è lagnata del voltafaccia del medico.
— E io che ho diploma forse? — esclama allora donna Mimma, sorridendo e giungendo per le punte delle dita le due manine coi mezzi guanti di filo. — E trentacinque anni sono, trentacinque, che tutti quanti siete qua, e pure voi, don Sarino, vi ho portati io, con la grazia di Dio, figliuoli miei; che n’ho fatti di viaggi a Palermo!… Ecco, ecco, guardate qua….
E donna Mimma si china a prendere tra quelle due manine, che quasi non pajono, ma che pure han tanta forza, un bel bimbone della strada, che s’è fermato innanzi alla farmacia, e lo leva alto, nel sole.
— Anche questo! E quanti ne vedete, tutti io! Sono andata a comperarvi tutti io, a Palermo, senza diploma! Che serve il diploma?
Il giovane farmacista sorride.
— Va bene, donna Mimma, sì…. voi…. l’esperienza, certo…. ma….
E la guarda afflitto e impacciato e neanche lui ha il coraggio di farle intravvedere la minaccia che le pende sul capo.
Finchè dalla Prefettura del capoluogo le arriva una carta con tanto di stemma e tanto di bollo, mezza stampata e mezza scritta a mano, nella quale ella non sa legger bene, ma indovina che si parla del diploma che non ha, e che ai sensi degli articoli tali e tali…. È ancora dietro a decifrarla, quella carta, che una guardia la viene a invitare a nome del sindaco….
— La moglie? Così presto? — domanda donna Mimma, contrariata.
— No, al municipio, — risponde la guardia — per una comunicazione.
Donna Mimma s’acciglia:
— A me? per questa carta?
La guardia si stringe nelle spalle:
— Io non so; venite e saprete.

Luigi Pirandello (1867-1936)

Drammaturgo e narratore italiano

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La Biblioteca di Quia a cura del dott. Moreno Stracci

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