Alfredo Panzini: Il Sogno di Natale da “Donne, madonne e bambini”

Alfredo Panzini: Il Sogno di Natale da “Donne, madonne e bambini”

Il Sogno di Natale
Racconto tratto dalla raccolta "Donne, madonne e bambini" (1921)
di Alfredo Panzini (1863-1939)
scelto per la Biblioteca Quia da Moreno Stracci

Non c’era la luna in quella notte, ma le stelle erano così accese e la neve tanto bella e bianca che si scopriva ogni cosa lontana come fosse stato di giorno.
Tutte le case dormivano in quella notte sotto la neve; solo la gran casa degli avi — la quale per molto tempo era stata deserta — vegliava in quella notte e splendeva nella valle. Tutte le finestre erano illuminate, e le porte gettavano un raggio di luce per la neve e per il bosco affinchè gli ospiti non ismarrissero la via.

Nella sala di quella dimora le fiamme rodevano un grosso tronco di faggio sugli alari; la mensa era imbandita signorilmente e ogni cosa diceva che quella era la notte del Natale, che porta la pace ai cuori e la giovanezza all’anno.

Gli avi sedevano davanti al focolare.
Egli disse, arrivando con la mano ai capelli di lei:
— Ma sai tu, vecchia amica, che i tuoi capelli, benchè siano tutti bianchi, sono ancora belli? Dovevi avere trecce ben meravigliose, amica!
— Troppo tardi te ne sei accorto, — rispose ella sorridendo. — Di fatto erano assai belle ed ammirate. Io però le pettinavo le belle trecce solo per te, ogni mattina nella stanza piena di sole, con un pettine d’oro; ma, ohimè, tu in quel tempo eri assorto fra i libri per ricercare la Causa causante. Io non so se tu l’abbia trovata la Causa causante in tanti anni di studio: ma so che i miei capelli hanno fatto il loro viaggio verso il paese delle nevi, la primavera e il sole sono discesi alla loro fine, e tu amico non te ne sei accorto; e solo adesso li baci i miei bianchi capelli, che non hanno più vita.

— Sì, credo anch’io, — egli rispose, — che del tempo che Dio distilla con le sue preziose mani per noi, si poteva forse fare un uso migliore!
— Ve lo diceva io, bel signore? Adesso mi date ragione? Richiamate alla vostra memoria, di grazia, quante volte io battevo al vostro uscio:
«Chi è? cosa c’è?» domandavate con voce burbera.
«Niente: sono io, la tua sposina.»
«Che è, cosa vuoi?»
«Niente: c’è un bel sole fuori; andiamo a spasso col nostro bambino?»
«Non ho tempo; non mi disturbare; tu interrompi le mie ricerche su la Causa causante.» Voi rispondevate proprio così, bel signore, ve ne ricordate? E a pranzo? Vi assicuro che la vostra tavola era imbandita assai finamente perchè nulla sfuggiva alle mie cure. Ma voi mangiavate come trasognato.
«Balliamo, amico? facciamo a chi ride di più?»
Io, ti volevo dopo il pranzo dire queste parole, tanto era allegra allora, e ti voleva buttare le braccia al collo: ma le tue orecchie e i tuoi occhi parevano rivolti di dentro, e non mi avresti nè udita nè veduta! E questo non durò un giorno; ma molte generazioni di rose ebbero il tempo di rinnovarsi mentre tu ricercavi la Causa causante. Suvvia ora non lagrimare, le lagrime dei vecchi corrodono l’anima! oggi è giorno di festa e, se vuoi, fa onorevole ammenda: bacia le mani alla tua compagna fedele.
Egli le baciò le mani e trasse a sè quel volto che contemplò a lungo con le palme aperte: — Ecco, — disse, — attraverso le rughe io distinguo le linee del viso tuo giovanile, quand’io me ne innamorai. Chiudo gli occhi e ti ricontemplo ancora.

— Allora c’erano molte rose su la terra. Il sole faceva cantare le cicale, e la luna i rosignuoli, — disse ella melanconicamente.

Mentre così ragionavano e le fiamme del fuoco aprivano i molti involucri di cui le primavere involsero ogni anno il tronco del faggio, e crepitanti si staccavano, si velavano, si incenerivano; suonò un allegro riso; una corsa, uno strepito di ruote leggere rimbombò pel corridoio.
Ecco arrivano, arrivano gli ospiti desiderati e pianti!
Entrò nella stanza una carrozzella da bambini sospinta festosamente da una giovanetta il cui volto pallido e ridente era ravvolto in un nero sciallo; e il volto e lo sciallo e la carrozzella erano madidi per la brina della notte gelida.
— Lucia! Lucia! sei anche tu, piccola Lucia, tornata sotto il tetto dei tuoi padroni? — dissero i due vecchi movendole incontro, — chi porti tu?
— Il piccolo bambino io porto, miei buoni signori: ma non lo destate per pietà: esso dorme. Lo abbiamo bene coperto, così bene coperto che non si è risentito per tutto il viaggio. Ma vi prego di non destarlo. Esso è ancora assai pallido.
— E loro non vengono?

— Vengono: siamo partiti insieme e saremmo arrivati insieme; ma la signora è assai disperata: ogni tanto si butta ai ginocchi di lui e dice che non merita il suo perdono e non vuole entrare in questa casa perchè dice che non è degna. Lui la solleva allora, le dà il braccio; e allora il figliuolo, giovinetto di dieci anni, le dice: «Mamma, se andiamo avanti così arriveremo che sarà già il mattino e il fuoco sarà tutto spento!» Allora lei si alza e cammina. Per non farvi attendere troppo, mi hanno pregata di precederli. Io ho visto dal monte la fiamma del focolare e ho fatto una gran corsa sino a qui.

Permettete, miei buoni signori, che mi riscaldi, che mi riposi, che mi sieda qui vicino a voi.

I vecchi fecero sedere la piccola Lucia vicino al focolare, la chiamarono ancora per nome, le tolsero lo scialle nero, le lisciarono i capelli: le domandarono poi se il piccolo bambino sapeva ancora la canzone della nonna, quella canzone lunga come una litania, senza senso come una cosa vera, che faceva ridere i genitori e piangere i nonni.

— La sa ancora la vecchia canzone, — rispose la giovanetta, — anzi la cantò in principio del viaggio prima di addormentarsi: allora mi sono messa a cantarla io, con grande allegrezza perchè ero certa che voi mi avreste accolta ancora benevolmente, come avete fatto in verità. Ma poi ho avuto paura della solitudine della notte, e la canzone si è mutata in pianto. Io era certa che voi mi avreste perdonata e di cuore; ma per mio conto vi prometto che per l’avvenire sarò buona ed ubbidiente. Non alzerò più le spalle, non porterò più via nulla dalla casa, non sciuperò, non getterò nell’immondezzaio le provvisioni per dispetto, non farò più all’amore coi passanti, nè lascierò che il fuoco bruci le pentole. Lo giuro che farò tutto questo per l’avvenire. Come ho fatto per il passato ad essere cattiva? Non lo so: ecco tutto. Si è cattivi perchè si è cattivi, senza saperlo. Signor padrone, lei che studiava tanto, mi dica se è vera questa cosa che una vecchia strega del mio villaggio mi raccontava, cioè che ognuno di noi ha un demonio che viaggia sempre con noi e ci butta delle tenebre intorno a noi, come fosse del fumo denso. Noi facciamo con le mani grandi sforzi per mandar via quel fumo, ma appena cominciamo a vedere uno spiraglio di luce, ecco che il demonio ci butta ancora sul volto dell’altra caligine, ancora più densa. Se ciò è vero, il Signore e la Madonna male provvidero alla nostra natura.
Allora entrò nella stanza un uomo giovane ed una donna ancor giovane e bella, ed un giovanetto era con loro.
Ma ci volle molta fatica perchè la giovane donna avanzasse sino ai due vecchi, davanti al focolare.
Le facevano i due vecchi segni di benevola accoglienza e la supplicavano di non ricordare antiche storie, dolori passati.

— Tutto è dimenticato, figlia, e tutto è perdonato. Pensiamo all’avvenire, non rattristiamo gli anni che rimangono — dicevano.

Ma la giovane sposa faceva di no con la testa e finalmente disse:
— Se volete che stia qui, che non torni via ancora per quella porta aperta laggiù, concedetemi che come una povera pazza io mi sieda per terra ai vostri piedi: ecco così. Ma prima guardatemi bene nel volto: fissamente, guardatemi.
Io piango lagrime di sangue tuttavia; eccole, le vedete? e il linguaggio umano non ha composto parole che possano esprimere il mio pentimento per il male che io vi ho creato. Ve ne supplico guardate le mie lagrime attentamente e le troverete di sangue. Io sono fuggita da questa casa che mi accolse come nuova figlia, ho abbandonato il marito e i figliuoli, ho affrettato il tempo della vostra vita. La casa che la nuora dovea rallegrare, è stata ottenebrata da me. Io ho tolto a lui, che mi diede la fede e il nome, le energie della vita; egli invecchiò per mia colpa, prima del tempo. Vi sono pene per questo delitto? Potrò io ridare a lui la sua vita? Dunque lasciatemi stare per terra: così.

Sorrise il vecchio e disse: — Questa è la notte del Natale e noi vi preghiamo, cara figlia, di asciugare le lagrime e di consolarvi. Credetelo: le lagrime corrodono la bellezza più del vetriolo, e i figliuoli che ricordano di aver visto piangere il padre o la madre, portano nella loro vita il sottile veleno della tristezza, che è come il velame di alcuni infermi per cui la luce del sole non arriva sino alle loro pupille.

— Io vi vorrei spiegare, — ella disse, — con le parole e le lagrime, quanto grande sia il mio pentimento e quanta la riconoscenza per voi, che mi avete perdonata. Asciugherò il mio pianto e comanderò al mio volto di essere lieto. Io farò questo soltanto per fare la vostra ubbidienza, ma non crediate, se per l’avvenire mi vedrete lieta, che ciò sia perchè io abbia dimenticato le mie colpe e la vostra bontà. Del resto la leggerezza del mio passato vi autorizzerebbe a non credere così. Io voglio quindi spiegarmi in modo reciso. Ascoltatemi!

Risposero i vecchi: — Vi preghiamo di no. Quando le anime si intendono le parole diventano inutili: esse sono un semplice suono che fa perdere molto tempo e spesso non servono che ad aiutare la nostra malignità. Vi ricordate, figliuola, per quanto tempo ci siamo offesi scambievolmente? Eppure eravamo convinti di ragionare; e non ci accorgevamo che il tempo passava. In altre parole, dei due doni che il Signore ha dato agli uomini a preferenza degli altri animali, la parola e il sorriso, consideriamo il primo come un beneficio da usufruire con grande cautela e invece godiamo senza risparmio del secondo: io voglio dire del sorriso. Sorridete, bella figlia, nella gioventù vostra a noi poveri vecchi: le nostre povere labbra si sono con gli anni curvate in giù, e le rughe crudeli le tengono ferme e impediscono di sorridere. Ma voi, cara, su cui splende il sole dei trent’anni tuttavia, oh, ridete! fate risuonare queste stanze di risa, e quando la primavera richiamerà alla vita i fiori sepolti della valle, cantate le vostre canzoni migliori. Nasceranno figli più floridi e meno pensosi.

Così concluse il vecchio che aveva consumato il suo tempo a cercare la Causa causante, e trasse su di sè la bella e dolente donna cui il marito reggeva la mano, e le diceva: «Sorridi!» ed ella sorrideva fra le lagrime.
Disse allora l’ava: — Ecco il gatto nero con la coda riccia che entra: esso ci annuncia con la sua solita maestà che i nostri cuochi e i nostri servi hanno allestita la cena del Natale. Venite a vedere come risplende la nostra cucina. Faremo così ogni giorno da ora innanzi: è vero? — E poi si volse al nipotino che se ne stava tutto pallido davanti al fuoco e disse:

— E voi, caro piccino, che con le vostre bizze guastavate quell’ora di riposo che si dovrebbe godere a tavola, la mangerete tutta la minestra questa notte di Natale, senza sporcar la tovaglia, senza rovesciare il vino?

— Oh, mia bella nonna, io mangerò così bene e starò così zitto come se non ci fossi nè meno.
— E attenderete, signorino, senza impazienza i dolci sino alla fine del pranzo?
— Certo, mia bella nonna, specialmente se i dolci saranno buoni.
— Caro piccino, — disse la nonna, — altro che buoni! pensa che li ho voluti fare io con le mie mani: ci ho pensato tutta la notte per tanto tempo e mi sono ricordata di tutte le cose che ti piacevano. Anche un piatto di crema, — aggiunse l’ava sorridendo ai figli, — è qualche cosa nella vita, se vale a renderci senza colpa piacevole qualche fuggevole istante: ed io vi assicuro, figliuoli miei, che ho messa ogni cura nel prepararvi la cena del Natale.
— E dopo il pranzo che cosa faremo, nonna mia?
— Dopo il pranzo, bambino, orneremo di frondi questo antico focolare. Vedi come è grande e ci vorrà molto tempo.
Lo adorneremo di alloro e di mirto e ci riporremo i doni per il tuo fratellino che dorme.

— Così domattina — disse il giovanetto — all’alba egli si desterà, e noi ci leveremo e lo seguiremo fino a qui per ammirare i belli e preziosi doni che le Fate della Vita portano ai bambini buoni la notte del Natale?

— Così certamente faremo.
Questo è il sogno della dolce, irrevocabile Vita che molti morti sognano sotto terra la notte del Santo Natale, quando la notte è nera, ma la neve è così bianca
che tutte le cose, anche quelle che gli nomini non videro in vita, traspaiono come in lucente cristallo.

Natale. 1900.

Alfredo Panzini (1863-1939)

Scrittore e critico letterario italiano

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