Caterina Percoto: “Maria” tratta dalla raccolta “Racconti”

Caterina Percoto: “Maria” tratta dalla raccolta “Racconti”

Maria
Novella tratta dalla raccolta "Racconti" (1858)
di Caterina Percoto (1812-1887)

Maria era una contadina nata in un’amena villetta sulla sponda sinistra del Natisone, e venuta a marito in una famiglia di buoni mezzaioli, abitante a poche miglia di distanza dall’altro lato del torrente. La giovanezza passò per lei in un momento, ed appassitasi prima del tempo, a trentacinqu’anni ne mostrava quasi cinquanta. Non erano i suoi capelli che fossero imbiancati, ma la sua pelle delicata e fina aveva assunto una tinta giallastra. La sua fronte appariva solcata da rughe precoci, ed i suoi grandi occhi celesti parevano come impietriti. Chi si ricordava d’aver veduto nelle sagre del paese pochi anni innanzi danzare questa bionda e ricciuta contadina, le cui braccia fresche e vellutate vincevano in candore le maniche della camicia che le velava per metà, non poteva darsi pace che un così breve spazio di tempo avesse bastato a scolorire le rose vivaci delle sue guance, ed a trasformarla in modo da non poterla più quasi ravvisare. Era uno di quegli irrecusabili testimoni dell’umana caducità, che nostro malgrado ci fanno pensare alla vita che fugge, e ci riempiono il cuore di amarezza. Moglie di un uomo che l’amava, e ch’ella stessa aveva scelto, innestata in una famiglia di villici bensì, ma sufficientemente agiata, e dove il numero delle braccia non era scarso al lavoro, madre di cinque figli robusti e morigerati, la sua vita scorreva abbastanza tranquilla per non dar a divedere nessun adequato motivo di questa sua precoce consunzione. Ella aveva sortito da natura una gentilezza d’animo e una squisitezza di sentire in armonia forse coi delicati lineamenti del suo volto, e colla fina tessitura del suo individuo, ma poco comuni alla sua classe, e poco convenienti alla vita laboriosa e alla società grossolana a cui era destinata. Una parola, un pensiero, il cangiarsi del tempo, uno de’ suoi cari in pericolo, la minima disgrazia o contrarietà bastavano talvolta a conturbarla. Si fabbricava sola le angosce, il suo cuore appassionato batteva rapido, e i suoi battiti avevano forse così anzi tempo consumata la fragile corteccia di che viveva avviluppato.
Tutti i vari accidenti della vita lasciavano un’orma indelebile su questa dilicata creatura, simile alla candida campanella del convolvolo silvestre che non può senza offuscarsi sopportar l’ala del più leggiero fra gl’insetti. Una volta vennero ad avvisarla che suo padre trovavasi gravemente ammalato. Era tardi, e pioveva a dirotto; nulla di meno, ella, preso il suo fazzoletto da testa, e gettatavi sopra un’ampia tovagliola di tela ben fitta, correva per la strada più breve alla volta del villaggio nativo. Ma giunta al torrente, e guadato il primo ramo, s’accorse che l’acqua cresceva. A cavalloni giù per la ghiaia veniva un secondo, un altro più lungi torbido e spumante percuoteva con gran fragore nella riva, e rosicchiandola in cerchio faceva cadere le zolle del prato a cui aveva sotto cavate le fondamenta; capì che sarebbe stato vano il tentar di superarlo, tornò addietro, e costeggiando giunse fino a Manzano, dove sperava di trovar la barca che la tragittasse. Impossibile: le piogge cadute nei monti lo avevano talmente gonfio, ed ei precipitava con tanta furia, che per allora bisognava lasciarlo correre. 
Chi può dire l’affanno della povera donna? Ella guardava quell’immenso volume di acque biondastre che pareva volessero strascinar seco i villaggi fabbricati sulle sue sponde, stendeva le braccia come se avesse voluto trapassarlo a volo, piangeva, e stette lì tutta la notte esposta alla piova disperandosi, ed aspettando angosciata che venisse il momento di poter pur finalmente varcare. Un’altra volta ell’era al campo assieme con una sua cognata più giovane, a cui ella voleva un gran bene, e il bambino della quale ella spesso sovveniva del proprio latte e curava come fosse stato suo. Or egli avvenne che così chiacchierando, non so su che fatto domestico, la giovane si lasciò scappare una parola di rimprovero. Uscita da quelle labbra ch’ella aveva le tante volte baciate col più sincero affetto, la ferì nel cuore come freccia avvelenata. Pianse molto per quella parola, e fu sì afflitta, che quando gli altri neanche più se ne ricordavano, ella ammalò e stette più giorni a letto. Non era già che se le succedeva d’esser talvolta offesa od ingiuriata ella rompesse in lamenti. 

Chiudeva il suo dolore in sè; ma come una dimostrazione di benevolenza, una buona grazia qualunque, destavano in lei una gratitudine, così del pari manteneva a lungo la ricordanza dei mali tratti ricevutine, il suo cuore era tardo a rimarginare le ferite, e al minimo tocco rinsanguinava da capo. Un dì vide la suocera affaccendarsi ad ammannire non so che ghiottoneria per il bambino d’una sua figlia; si ricordò che sedici anni prima le era stato negato un po’ di pan bianco per il suo primogenito che delicato e malaticcio non poteva trangugiare la polenta; e pianse, come s’egli avesse tuttora patito la fame di quel giorno. Questo eccesso di sensibilità era il lato debole della buona Maria, era l’ombra, la polvere che appannava un poco le altre belle qualità del suo carattere, perchè qualche volta oppressa dal dolore trascurava i doveri di famiglia, all’adempimento dei quali senza questo difetto sarebbe stata sempre zelantissima: ma più che agli altri era funesto a lei, che mangiava spesso il suo pane bagnato di lagrime, e non le spuntava quasi mai una gioia, che non le si volgesse tosto in amaro.
Povera Maria quando le mancarono i genitori, quando le andò via soldato l’ultimo de’ fratelli! ella pianse tanto e parve così distrutta, che in pochi giorni le erano volati sul capo degli anni interi. Ma la disgrazia che maggiormente la ferì, e per la quale mostravasi tanto disperata ed inconsolabile da far temere per la sua ragione e per la sua vita, fu la morte della sua ultima figliolina. Difatti quella bimba era così cara, che portò via il cuore a tutti quelli che la conoscevano. Io mi ricordo di una sera. — Si celebravano le nozze d’un cugino della Maria; e invitata da quei buoni villici a partecipare alla loro gioia, io sedeva presso al fuoco in compagnia d’alcune vecchie comari, mentre nella stanza contigua si ballava. La fanciulletta avrà contato allora quattr’anni. Venne con tutta libertà a sedersi su’ miei ginocchi. Indarno le buone donne la sgridavano, e per poco mi toglievano il piacere di quelle innocenti carezze, ch’ella, protetta da miei baci, continuò a trattarmi come se fossi stata sua madre. Bisognava vederla, fatta allegra dal suono dei violini, danzare intorno per la cucina tenendosi il grembialino, e poi alla fine d’ogni scambietto mi saltava di nuovo in braccio, mi accarezzava i capegli e voleva che la baciassi. Ella mi conservò a lungo l’amicizia di quella sera. Tutte le volte che mi vedeva dappoi in chiesa attraverso di que’ suoi ricci biondi che parevano oro filato, mi sorrideva e non era contenta finchè non l’avessi salutata d’un guardo. Se nelle sere festive, mentre ritornava dal rosario, s’accorgeva ch’io fossi a goder la notte seduta al mio solito su d’una pietra in fondo al villaggio, lasciava la compagnia delle sorelle, e in punta di piedi s’appressava. Mi par ancora di vederla sbucare dietro la siepe dei mori, e soffermarsi lì tacita al chiaro della luna finchè trovava il destro di dirmi quel suo affettuoso Mandi! ch’era un saluto venuto dal cuore, e che per il mio cuore valeva per ben mille studiati complimenti.
La Menicuccia era una candida fanciulletta, sempre sorridente e diritta sulla ben complessa personcina, che non temeva la presenza dei signori, e che, per quanto procurassero di farla stare in rispetto, non voleva capire le differenze di condizione. Io l’amava per quella sua ingenua famigliarità, che mi lasciava guardare a fondo nel suo cuore non ancora chiuso dalla trista esperienza che insegna al povero a trattare da nemici i più fortunati di lui, per quel tu affettuoso e confidenziale che faceva sparire le cieche divisioni della sorte e mi rivelava i tesori di quella semplice e bella animetta. Or ella è volata in paradiso. Vi sono dei dolori che passano inosservati, o tutt’al più leniti di un breve compianto; dei dolori che non si osa di effondere, perchè la simpatia non sempre li propaga negli altri. Il mondo non dona che poche lagrime ad un vecchio che ha compiuta la sua mortale carriera: eppure quelli che lo amavano non devono sentir meno la sua perdita perchè la sua testa era grigia. Anzi una lunga abitudine e molti anni di affetto, col rafforzare i legami del cuore, dovrebbero farci sentire più viva e più irreparabile la ferita quando la morte viene a lacerarli. Chi pensa al fanciullino che dalla culla passa alla tomba quasi senza toccare la vita? Lo si cinge di candide vesti, lo s’inghirlanda di fiori, gli si canta un salmo di gioia, e si lascia pianger sola la madre che ha sentito con lui spegnersi parte della sua anima e che vede portar nel cimitero il suo sangue e la sua carne. Così trascorsi alcuni giorni, nessuno più pensava al dolore di Maria. Le restavano altri quattro figli, e poi non era giusto pianger un’angioletta beata nel cielo, e non avevano riguardo a parlargliene, e con improvvide consolazioni accrescevano la desolazione della povera madre. Essa pensava continuamente a’ pochi anni della sua Menicuccia, la rammemorava dappertutto ov’era solita vederla; e quando, nel coricarsi, presso al suo letto gettava lo sguardo sulla culla deserta o sulle vesticciuole ancora appese alla parete, il cuore le s’infrangeva e passava tutta la notte piangendo. Gli ultimi momenti della fanciulla particolarmente erano per essa diventati una memoria indelebile.
Nei quindici giorni ch’ella stette ammalata aveva voluto aver sempre sua madre daccanto; e, come la face che prima d’estinguersi manda più vivo splendore, così ella in quelle ore estreme aveva dato segno di un’intelligenza e di un affetto superiori alla sua età. Una sera mentre ritornava dal campo, passò in vicinanza al cimitero. Si ricordò che quando era a giornata in altra casa, la fanciulla andando pei campi e passando per di lì, soleva fermarsi ore e ore seduta sul limite della porta, affine di darle il buon giorno. Le parve di vedersela innanzi pallida pallida, che la rimproverava d’averla dimenticata e di passarle dappresso senza darle un abbraccio. Tornò addietro piangendo; s’inginocchiò sulla porta del cimitero, e chiamandola coi più dolci nomi la salutava e le parlava come se realmente l’avesse veduta. Un vecchio prete, che era stato a visitare un infermo in un molino poco di là distante, e che se ne tornava a casa attraverso la campagna, udì quel lamento. Chiuse il breviario, e stato un attimo in orecchi, s’incamminò a quella volta. Egli era d’un esteriore alquanto ruvido, ma il suo cuore schietto s’apriva alla compassione; e subito che ravvisò la donna, sentì rimescolarsi il sangue, le si appressò, e con la voce piana e più che poteva amorevole, — Comare! le disse, comare, che fate voi qui a quest’ora?
— Ah! rispose la donna additando una sepoltura, ogni giorno ella veniva a salutarmi. Ogni sera sulla porta di casa ella stava aspettandomi per corrermi in braccio prima di coricarsi! — Il prete la lasciò piangere, e parlò a lungo con lei della fanciulla, e si fece raccontare tutti i particolari della malattia che l’aveva rapita; poi le stese una mano, e mostrava di volerla accompagnare a casa. Ma la donna tornò ai suoi pianti, e protestò che voleva rimaner lì presso a sua figlia. Ei le si assise vicino, e con voce calma: — Ella non è qui! le disse. Qui hanno posto il suo corpo, ma la sua anima è in cielo dove aspetta con gioia di rivedervi…. Sentite, Maria; se il Signore vi avesse detto: io vi lascio la vostra Menicuccia, ma dei figliuoli che v’ho dato questa piegherà a male e dopo la vita sarete sempre divisa da lei! dite, non sareste contenta d’avergliela invece donata adesso? Oh! la vita è breve, Maria, e sarà una gran consolazione il ritrovare lassù tutti quelli che abbiamo amato in questo mondo! Coraggio adunque, e affatichiamoci per questo poco di tempo! Ella intanto prega per voi, pe’ suoi fratelli, per tutti i suoi cari. Pensate che avete dinanzi a Dio una creatura che è vostra. Sì; quell’anima che ora insieme cogli angeli gode il paradiso, l’avete voi donata al Signore! — E continuò a confortarla colle pietose idee della religione. La donna aveva sollevata la faccia, e teneva gli occhi lagrimosi al cielo ch’egli le additava. Il suo dolore s’era fatto quieto, come la notte che già occupava l’orizzonte. Alcune rare stelle scintillavano nell’azzurro, e la rugiada tacita e lenta si diffondeva su tutto il creato. Si avviarono insieme al villaggio. Nel dividersi, il buon prete le promise che avrebbe ogni giorno pregato per lei, [106]e che sarebbe spesso venuto a visitarla per piangere insieme e parlare della sua figlioletta. Maria aveva finalmente trovato un amico, e dopo di quella sera, la sua vita, se non fu lieta, scorse almeno rassegnata e tranquilla.

Caterina Percoto (1812-1887)

Scrittrice e poetessa italiana

Vuoi saperne di più? Vai su TRECCANI

La Biblioteca di Quia a cura del dott. Moreno Stracci

© Riproduzione riservata

TORNA A VISITARE LA BIBLIOTECA DI QUIA PER LEGGERE LA SECONDA PARTE

QUIA MAGAZINE CLUB   Aprile 2024 - QUIA MAGAZINE sfoglia la rivista -  pubblicato l'articolo Oltre la tela: la Lowbrow Art -  pubblicato il podcast Shakespeare, il mistero dello sua scrittura  -   pubblicata la terza parte dell'audiolibro "La contessa d'Amalfi" di Gabriele D'Annunzio