L. Pirandello: Donna Imma (seconda 2)

L. Pirandello: Donna Imma (seconda 2)

Donna Imma
Novella tratta dalla raccolta "Un cavallo nella luna" (1918) di Luigi Pirandello

SECONDA PARTE

Donna Mimma va; e, al municipio, trova il sindaco là, dispiaciutissimo. Anche lui è stato comperato a Palermo da donna Mimma; e anche due figliuoli donna Mimma è andata a comperare per lui a Palermo e presto per un terzo dovrebbe mettersi in viaggio con la lettiga; ma….
— Ecco qua, donna Mimma! Vedete? Un’altra carta anche a noi, dalla Prefettura. Per voi, sì. E non c’è che fare, non c’è che fare…. Voi avete interdetto l’esercizio della professione!
— Io?
— Voi, perchè non avete il diploma, cara donna Mimma! E ora, la legge….
— Ma che legge? — esclama donna Mimma, che non ha più una goccia di sangue nelle vene. — Legge nuova?
— Non nuova, no! Ma noi qua, c’eravate voi sola, da tant’anni…. vi conoscevamo, vi volevamo bene, avevamo tutta la fiducia in voi, e abbiamo perciò lasciato correre; ma siamo in contravvenzione anche noi, donna Mimma! Queste maledette formalità, capite? Finchè c’eravate voi sola…. Ma ora è venuta quella là; ha saputo che voi non avete il diploma; e visto che qua non la chiama nessuno, capite? ha fatto reclamo alla Prefettura, e voi non potete più esercitare, o dovete andare a Palermo, davvero questa volta! All’Università, sì, per prendere il diploma, anche voi, come quella….
— Io? a Palermo? alla mia età? a cinquantasei anni? dopo trentacinque anni di professione? mi fanno questo
affronto? io, il diploma? Un’intera popolazione…. Ma come? c’è bisogno di diploma? di saper leggere e scrivere, per
queste cose qua? Io so leggere appena! E a Palermo, io che non mi sono mai mossa di qua? Io mi ci perdo! Alla mia
età? Per quella smorfiosa lì, che la voglio vedere, con tutto il suo diploma…. Vuole competere con me? E che hanno da insegnare a me, che li fascio e li sfascio tutti quanti, i meglio professori, dopo trentacinque anni di professione?
Debbo andare a Palermo davvero? Come? per due anni?
Non la finisce più donna Mimma: un torrente di lagrime irose, disperate, tra un precipizio di domande saltanti, balzanti. Il sindaco, dolente, vorrebbe arrestar quell’impeto; un po’ lo lascia sfogare; di nuovo si prova ad arrestarlo;
— due anni passano presto; sì, è duro, certo; ma che insegnare! no! pro forma, per avere quel pezzo di carta! per non darla vinta a questa ragazzaccia…. — Poi, accompagnandola fino alla soglia dell’uscio, battendole una mano dietro le spalle, come un buon figliuolo, per esortarla a far buon animo, cerca di farla sorridere: via…. via…. come si smarrirebbe a Palermo, lei, che non passa giorno, ci va tre e quattro volte?
S’è tirato lo scialle nero sul fazzoletto celeste, donna Mimma; e le sue manine stringono, di sotto, quello scialle nero sul volto, per nascondere le lagrime. Bimbi, quel fazzoletto di seta celeste! — La santa poesia della vostra nascita, ecco, ha preso il lutto: se ne va a Palermo, senza lettiga bianca, a studiar meèutica, e la sepsi e l’antisepsi, l’estremo cefalico, l’estremo pelvi-podalico…. Così vuole la legge. Donna Mimma piange; non se ne può consolare: sa leggere appena; si smarrirà tra l’irta scienza di quei dotti professoroni, là, a Palermo, dove ella tante volte è andata con la poesia della sua lettiga bianca…. — Signora mia, signora mia…. Un pianto, un pianto che spezza il cuore, presso ciascuna delle sue clienti, da cui va a licenziarsi, prima di partire. E in ogni casa, si china con le piccole mani tremanti, oh sì, ora le cava fuori senza più ritegno, a carezzar la testina bionda o bruna dei bimbi, e lascia tra quei riccioli, insieme coi baci, cader le lagrime, inconsolabilmente. — Vado a Palermo…. vado a Palermo. E i bimbi, sbigottiti, la guardano e non comprendono perchè pianga tanto, questa volta, per andare a Palermo. Pensano che forse è una sciagura anche per loro, per tutti i bimbi che sono ancora là, da comperare. Dicono le mamme: — Ma noi v’aspetteremo…. Donna Mimma le guarda con gli occhi lagrimosi, tentenna il capo. Come può farsi quest’inganno pietoso, lei che sa bene com’è la vita? — Signora mia, due anni? E se ne parte col cuore spezzato, tirandosi lo scialle nero sul fazzoletto celeste. 988+ 377+ =>?.3+ Palermo. Vi arriva di sera donna Mimma: piccola, nell’immensa piazza della Stazione…. — Oh Gesù! lune? che sono? venti…. trenta, attorno…. che piazza! che grandezza! Ma per dove? — Di qua…. di qua…. Tra tutti quei palazzi, incubi d’ombre gigantesche straforate da lumi, accecata da tanto rimescolìo sotto, di sbarbagli, e sopra da tanti strisci luminosi, file, collane di lampade per le vie lunghe diritte senza fine, tra il tramestìo di gente che le balza di qua, di là, improvvisa, nemica, e il fracasso che da ogni parte la investe, assordante, di vetture che scappano precipitose, non avverte, in quello stupore rotto da continui sgomenti, se non la violenza da cui dentro è tenuta e a cui via via si strappa per cacciarsi a forza in quello scompiglio d’inferno, dopo l’intronamento e la vertigine del viaggio in ferrovia, il primo in vita sua. (Gesù, la ferrovia! montagne, pianure che si movevano, giravano e scappavano, via con gli alberi, via con le case sparse e i paesi lontani, e di tratto in tratto l’urto violento d’un palo telegrafico, fischi, scossoni, lo spavento dei ponti e delle gallerie, una dopo l’altra, abbagli e accecamenti, vento e soffocazione in quella tempesta di strepiti, nel bujo…. Gesù! Gesù!) — Come dici? che dici? Non sente nulla, non sa più buttare i piedi, si tiene stretta accosto al nipote che l’accompagna — giovanotto, stendardo della casa — ah! padrone del mondo, lui, che può ridere e andar sicuro, pratico, chè c’è stato, lui, due anni militare qua a Palermo. — Come dici? Sì, certo, la carrozza…. Che carrozza? Ah già, sì, la carrozza…. certo! come entrare in città, come camminare per via con quel grosso fagotto di panni sotto il braccio fino alla locanda? Guarda il fagotto: c’è lei lì dentro; e tutta vorrebbe esserci, in quella roba sua lì affagottata sotto il braccio del nipote, lei fatta di pezza e solo odore di panni, per non vedere e non sentire più nulla. — Dàllo a me! Dàllo a me! Vorrebbe tenercisi stretta a quei panni, per sentircisi meglio dentro; ma l’anima è fuori, qua allo sbaraglio di tante impressioni che la assaltano da tutte le parti. Risponde di sì, di sì, ma non capisce bene i cenni che il nipote le fa. O Gesù mio, ma perchè domandare a lei? Come una creaturina nelle mani di lui, farà tutto quello che lui vorrà: sì, la carrozza; sì, la locanda, quella che lui vorrà! Per ora è come in un mare in tempesta, e prendere una carrozza è per lei come agguantare una barca; giungere alla locanda, come toccare la riva. Pensa con terrore, quando, di qui a tre giorni, il nipote ritornerà al paese dopo averle trovato alloggio e pensione, come resterà lei qua in mezzo a questa babilonia, sola, sperduta…. Passando in carrozza diretti alla locanda, il nipote le propone d’andare a veder la fiera in Piazza Marina. — La fiera? Che fiera? — La fiera dei Morti. Si fa la croce donna Mimma. Domani, i Morti, già…. Arriva la sera del primo novembre, a Palermo, vigilia dei Morti, lei 48 www.quiaedizioni.it che a Palermo c’è sempre venuta per comperare la vita! I Morti, già…. Ma i Morti sono la Befana per i bambini dell’isola: i giocattoli, a loro, non li porta la Vecchia Befana il sei di gennajo; li portano i Morti il due di novembre, che i grandi piangono e i piccoli fanno festa. — Gente assai? Tanta, tanta, senza fine, che le carrozze non possono passare: tutti i babbi, tutte le mamme, nonne, zie, vanno alla fiera dei Morti in Piazza Marina a comperare i giocattoli per i loro piccini. Le bambole? sì, le sorelline piccole. I pupi di zucchero? sì, i piccoli fratellini; quelli, quelli che lei donna Mimma, alla fiera della Vita, nell’illusione dei bimbi del suo paese lontano, tant’anni è venuta a comperare qua a Palermo e a recar loro laggiù, con la lettiga d’avorio: giocattoli, ma veri, con occhi veri, vivi, manine vere, gracili, fredde, paonazze, serrate, e la boccuccia sbavata che piange…. Sì; ma ora gli occhi di donna Mimma, davanti allo spettacolo tumultuoso di quella fiera sono anche più meravigliati di quelli d’una bimba; e non può pensare donna Mimma che il sogno de’ suoi viaggi misteriosi, quale essa lo rappresentava ai bimbi del suo paese, ora qua, davanti alla fiera, ecco, diventa quasi una realtà. Non può pensarlo, non solo perchè tra le grida squarciate dei venditori innanzi alle baracche illuminate da lampioncini multicolori, tra i sibili dei fischietti, gli scampanellii, i mille rumori della fiera e il pigia pigia della folla che seguita di continuo ad affluire nella piazza, lo stordimento le cresce e insieme la paura della grande città, ma anche perchè è lei qui ora la bimba a cui l’incanto è fatto. E poi quell’aria da cui si sentiva avvolta nel suo paesello, aria di favola che la seguiva per le vie e nelle case in cui entrava, che induceva tutti, grandi e piccoli, a rispettarla, perchè dal mistero della nascita era lei quella che recava in ogni casa i bimbi nuovi, la vita nuova al vecchio decrepito paesello; qui ora quell’aria non l’ha più attorno. Spogliata crudelmente della sua parte — eccola — che cosa è adesso qui, in mezzo alla calca della fiera? una povera vecchietta è, meschina, stordita. L’han cacciata via dal sogno a infrangersi, a sparire qui in mezzo a questa realtà violenta; e non comprende più nulla, non sa più nè muoversi, nè parlare, nè guardare. — Andiamo via…. andiamo via…. Dove? Fuori di qui, sì, fuori di questa calca, sì, facile andar via, con un po’ di pazienza, piano, piano…. Ma poi? Dentro, da ritrovarsi come prima in sè, sicura, tranquilla, questo sarà difficile: ora alla locanda, domani alla scuola… 

Fine della seconda parte. Leggi la terza parte sul numero di luglio

Ma perchè, se no, guaj! Il bambinello comperato da poco non può vedere nessuno, non può sentire nessun rumore, chè si spaventerebbe, e neppure può vedere in principio la luce del sole. Guaj!
— Come comperato?
— Ma coi denari di papà…. Eh sì, tanti….
— Flavietta?
— Ma sì, Flavietta più di duecent’onze…. più più…. con questi riccioletti d’oro, con questa boccuccia di fragola…. Perchè papà la volle bionda così, ricciutella così e con questi occhi grandi d’amore che mi guardano, gioja mia, non mi credi? poche duecent’onze, per quest’occhi soli! vuoi che non lo sappia, se t’ho comperata io? E pure Ninì, sì certo…. Tutti vi ho comperati io. Ninì un pochino di più, perchè è maschietto, e i maschietti, amore mio, costano sempre un pochino di più: lavorano, poi, i maschietti e, lavorando, guadagnano assai, come papà. Ma sapete che pure papà l’ho comperato io? Io, io…. Quand’era piccolo piccolo, certo! quand’ancora non era niente! Sicuro: gliel’ho portato io, di notte, con la lettiga bianca alla sua mamma, sant’anima…. Da Palermo, sì…. Quanto, lui?
Uh, migliaja d’onze, migliaja….
I bimbi la guardano allocchiti. Le guardano quel fazzoletto bello, di seta celeste, sempre nuovo, su i capelli ancora neri, lucidi, spartiti in due bande che, su le tempie, formano due treccioline che passano su gli orecchi, dai cui lobi, stirati dal peso, pendono due massicci orecchini a lagrimoni. Le guardano gli occhi un po’ ovati, dalle pàlpebre esili, guarnite di lunghissime ciglia; la pallottolina del naso un po’ venata, tra i fori larghi violacei delle nari; il mento un po’ aguzzo, su cui s’arricciano metallici alcuni peluzzi…. Ma la vedono come avvolta in un’aria di mistero, questa vecchietta pulita, che tutte le donne chiamano, e anche la loro mamma, la Comare, che quando viene a visita càpita sempre che la mamma non sta bene, e pochi giorni dopo, ecco, spunta un altro fratellino o un’altra sorellina, che è stata lei ad andarli a comperare, lontano lontano, a Palermo: lei, questa qua, con la lettiga…. E che è la lettiga?… La guardano, le toccano pian piano, coi ditini curiosi, un po’ esitanti, lo scialle, la veste…. ed è, sì, una vecchietta pulita, che non pare diversa dalle altre; ma come può andare poi così lontano lontano, con quella lettiga, e come l’ha lei, quest’ufficio nel mondo, di comperare i bambini e di portarli, i bambini, come la Befana i giocattoli?
Ma essi, dunque…. — che cosa? No, non sanno che pensare; ma sentono in sè, vago, un po’ del mistero che è in quella vecchietta, la quale è qua con loro adesso, qua che la toccano, ma che se ne va poi così lontano a prenderli, i bambini, e dunque anche loro…. già….
a Palermo, dove? dove lei sa ed essi, piccoli, non sanno; benchè certo, là, piccoli piccoli, ci sono stati anche loro, se ella è andata a comperarli là….
Istintivamente con gli occhi le cercano le mani. Dove sono le mani? Lì, sotto lo scialle…. Perchè non le mostra mai donna Mimma, le mani? Già! con le mani non li tocca mai: li bacia, parla con loro, gestisce tanto con gli occhi, con la bocca, con le guance; ma dallo scialle le mani non le cava mai per far loro una carezza…. È strano. Qualcuno, più ardito, glielo domanda:
— Perchè? Non le hai, le mani?
— Gesù! — esclama allora donna Mimma, volgendo uno sguardo d’intelligenza alla mamma, come per dire: — “È che è? diavolo,
questo bambino?„.
— Eccole qua! — soggiunge poi subito, mostrando le due manine coi mezzi guanti di filo. — Come non le ho, diavoletto? Gesù, che domande….
E ride, ride, ricacciandosi le mani sotto e tirandosi con esse lo scialle su su, fin sopra il naso, per nascondere quelle risatine che, Dio liberi…. Oh Signore! le viene di farsi la croce…. Ma guarda che cose possono venire in mente a un bambino!
Pajono fatte, quelle mani, per calcare nello stampo la cera di cui sono formati i Bambini Gesù che in ogni chiesa si portano su l’altare in un canestrino imbottito di raso la notte di Natale. Sente donna Mimma la santità del suo ufficio, la religione della nascita, e agli occhi dei bimbi la copre con tutti i veli del pudore; e anche parlandone coi grandi non adopera mai una parola, che muova o diradi quei veli; e ne parla con gli occhi bassi e il meno che può. Sa che non sempre è lieto, che spesso anzi è così triste il suo ufficio d’accogliere nella vita tanti esserini che piangono appena vi traggono il primo respiro. Può essere una festa il bimbo ch’ella porta in una casa di signori; anche per il bimbo, sì; benchè non sempre neanche lì! Ma portarli — e tanti, tanti — nelle case dei poveri….
Gliene piange il cuore. Ma è lei sola a esercitare, da circa trentacinque anni, quest’ufficio nel paesello. O per dir meglio, era lei sola, fino a jeri.
Ora è venuta dal Continente una smorfiosetta di vent’anni, piemontesa; gonna corta, gialla, giacchetto verde; come un maschiotto, le mani in tasca: sorella ancora nubile d’un impiegato di dogana. Diplomata dalla R. Università di Torino. Roba da farsi la croce a due mani, Signore Iddio, una ragazza ancora senza mondo, mettersi a una simile professione! E bisogna vedere con quale sfacciataggine: per miracolo non se la porta scritta in fronte! Una ragazza…. una ragazza, che di queste cose…. Dio, che vergogna! E dove siamo?
Donna Mimma non se ne sa dar pace. Volta la faccia, si ripara gli occhi con la mano appena la vede passare sculettando per la piazza, a testa alta, la gonna corta, le mani in tasca, la piuma bianca ritta al vento sul cappellino di velluto. E che strepito fanno quei tacchetti insolenti sul lastricato della piazza: — Passo io! passo io!
Ma quella non è donna: una diavola è! Non può essere creatura di Dio, quella! Come? che tabella? Ah sì? ha fatto appendere la tabella col nome e la professione sul portoncino di casa? E si chiama? Elvira…. come? Signorina Elvira Mosti? Ci sta scritto signorina? E che vuol dire diplomata? Ah, la patente. La vergogna patentata. Dio, Dio, si può credere una cosa simile? E chi la chiamerà quella sfacciata? Ma che esperienza poi, che esperienza può aver lei, se ancora…. in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo…. S’hanno da vedere di queste cose ai giorni nostri? in un paesello come il nostro? Vih…. vih…. vih….
E donna Mimma scuote in aria le manine coi mezzi guanti di filo come se si vedesse lingueggiar davanti le fiamme dell’inferno.
— Nossignora, grazie, che caffè, signora mia! acqua, un sorso d’acqua, mi faccia portare; sono tutta sconcertata! — dice nelle case delle clienti, da cui di tanto in tanto si reca a visita, o a fare, com’ella dice, “un’affacciata„, per sapere…. no? niente? Lasciamo fare a Dio, signora mia, ringraziato sia sempre in cielo e in terra!
Se n’è fatta quasi una fissazione; non perchè tema per sè, che le signore le abbiano a fare un torto per quella lì; figurarsi se può temere una tal cosa conoscendo che signore sono, col timore di Dio, con l’educazione del paese e il rispetto delle cose sante!
Neanche per sogno….
— Ma dico, dico, oh Vergine Maria, per la cosa in sè…. questo scandalo…. una ragazzaccia…. mi pare il mondo tutto sottosopra…. Per i bambini, dico, per le creaturine innocenti; ma ci pensa, signora mia? Dicono che parla come un carabiniere…. che tutte le parolacce le dice belle, così…. chiare, come se fosse una cosa naturale…. una ragazza! Io non so…. io non so, c’impazzisco, signora mia!
È tanto compresa della mostruosità di quello scandalo, che non s’accorge dell’impaccio afflitto con cui la guardano le signore. Pare che abbiano da dirle qualche cosa e non ne trovino il coraggio. Tutte le dànno ragione, sì: oh, uno scandalo davvero…. e loro, se Dio le ajuta, mai per casa una ragazzaccia così; ma…. ma…. che rimedio, cara donna Mimma? non c’è niente da fare; non solo, ma…. ma….
— E non trovano il coraggio di dirle altro.
Oggi, il medico condotto s’è voltato di là, vedendola passare. Non l’ha vista? Ma sì, che l’ha vista! L’ha vista e s’è voltato…. Perchè?
Viene a sapere, poco dopo, che quella svergognata lì è andata a trovarlo in casa, col fratello. Certo per raccomandarsi. Chi sa che moine gli avrà fatte, come le sanno fare codeste forestieracce sbandite che nelle grandi città del Continente hanno perduto il santo rossore della faccia; ed ecco che questo rimbambito di medico…. Il diploma? E che c’entra il diploma? Ah sì, difatti, per il diploma….
Ma via, che non si sanno queste cose? Due smorfiette, due carezzine, e come la paglia pigliano fuoco, gli ominacci…. anche i vecchi adesso, senza timor di Dio! Che fa il diploma? che c’entra? Esperienza ci vuole, esperienza….
— Eh, ma anche il diploma, donna Mimma, — le risponde sospirando il farmacista, col quale, passando, s’è lagnata del voltafaccia del medico.
— E io che ho diploma forse? — esclama allora donna Mimma, sorridendo e giungendo per le punte delle dita le due manine coi mezzi guanti di filo. — E trentacinque anni sono, trentacinque, che tutti quanti siete qua, e pure voi, don Sarino, vi ho portati io, con la grazia di Dio, figliuoli miei; che n’ho fatti di viaggi a Palermo!… Ecco, ecco, guardate qua….
E donna Mimma si china a prendere tra quelle due manine, che quasi non pajono, ma che pure han tanta forza, un bel bimbone della strada, che s’è fermato innanzi alla farmacia, e lo leva alto, nel sole.
— Anche questo! E quanti ne vedete, tutti io! Sono andata a comperarvi tutti io, a Palermo, senza diploma! Che serve il diploma?
Il giovane farmacista sorride.
— Va bene, donna Mimma, sì…. voi…. l’esperienza, certo…. ma….
E la guarda afflitto e impacciato e neanche lui ha il coraggio di farle intravvedere la minaccia che le pende sul capo.
Finchè dalla Prefettura del capoluogo le arriva una carta con tanto di stemma e tanto di bollo, mezza stampata e mezza scritta a mano, nella quale ella non sa legger bene, ma indovina che si parla del diploma che non ha, e che ai sensi degli articoli tali e tali…. È ancora dietro a decifrarla, quella carta, che una guardia la viene a invitare a nome del sindaco….
— La moglie? Così presto? — domanda donna Mimma, contrariata.
— No, al municipio, — risponde la guardia — per una comunicazione.
Donna Mimma s’acciglia:
— A me? per questa carta?
La guardia si stringe nelle spalle:
— Io non so; venite e saprete.

Luigi Pirandello (1867-1936)

Drammaturgo e narratore italiano

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La Biblioteca di Quia a cura del dott. Moreno Stracci

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