A. Guglielminetti: Il ritratto a pastello (parte 2)

A. Guglielminetti: Il ritratto a pastello (parte 2)

Novella tratta dalla raccolta "Le ore inutili"
di Amalia Guglielminetti (1881-1941)

SECONDA PARTE

Quando lo sollevò, esso rassomigliava stranamente al ritratto a pastello nel colore sfatto delle gote e delle labbra, nell’ombra che riempiva l’incavo degli occhi. Sulla bocca pallida si disegnava lo stesso sorriso di prima, ma quasi contorto in una piega amara. 

— Davvero? — ella disse con un piccolo sussulto delle spalle. 

— Sì, — sussurrò Altavilla, prendendole i polsi. 

— Ecco la notizia che non avevo il coraggio di darti. Essa non è poi così spaventevole come pareva. Non è vero? 

— Difatti — ella mormorò ambiguamente, guardando i propri polsi ch’egli stringeva fra le sue dita, quasi perché ella non gli sfuggisse. 

— Difatti — il giovine ripeté. — Questo non muterà nulla di ciò che è stato e di ciò che è fra di noi. Io sposo mia cugina, la solita cugina imposta dalla volontà dei cari genitori ai soliti figlioli docili, tranquilli e morigerati come me. Mia cugina è giovane, ricca e non ha nulla di particolarmente ripugnante perché io rifiuti la sua mano. 

— E tu, naturalmente, non la rifiuti — ella concluse, scotendo il capo più volte, quasi per convincere lui e se stessa di questa inoppugnabile verità. 

— È evidente — ammise il giovane, alzando lentamente le spalle, come a soppesarvi la lievità del giogo a cui esse si assoggettavano con tanta docile calma. 

— Nemmeno se, accettando la mano di tua cugina, tu dovessi perdermi per sempre? La domanda inattesa giunse dopo una prolungata pausa di meditazione e vi succedette un’altra pausa piena di stupore. 

— Ciò che tu dici è assurdo — le osservò il giovine, più sgomento di quanto non volesse apparire. 

— Sarà assurdo, ma è l’espressione più semplice e più vera del mio pensiero, — ribatté con una risoluta e pacata fermezza la donna. — Mi sei appartenuto esclusivamente per oltre due anni, o almeno io ebbi di questo esclusivo possesso l’assoluta convinzione. Non posso e non voglio condividerti consciamente con un’altra donna, sia pure tua cugina, sia pure una moglie che ti è imposta dalla parentela. Ti prego, anzi, ti impongo di scegliere fra lei e me, ossia di rinunziare definitivamente all’una o all’altra.

Dino Altavilla l’ascoltò in piedi, a ciglia corrugate, torcendo la bocca in una espressione di tedio irritato.

— Io non vedo affatto la necessità di correre ad un ultimatum di questo genere — tentò di scherzare con qualche ironia 

— e di creare un dramma di una situazione così semplice. Esistono infiniti uomini che posseggono insieme una moglie tollerata e un’amante adorata, senza essere costretti a rinunziare all’una o all’altra. Sono queste le vicende più comuni della società moderna. 

— Ebbene, le vicende più comuni della società moderna non fanno al caso mio, e non le accetto — proruppe aspramente Ottavia, alzandosi d’impeto ed incominciando a ravviarsi con gesti nervosi i capelli dinanzi allo specchio dell’armadio.
Il giovine girò la chiavetta della luce e la camera gialla parve riempirsi di uno sfolgorante sole meridiano sotto il quale la bellezza appassionata della donna splendette di un così meraviglioso risalto che egli tremò di perderla per sempre con altre imprudenti parole. 

— Tronchiamo questo colloquio, cara. Non parliamo più di simili cose spiacevoli. È meglio ch’io me ne vada e che ci rivediamo più calmi, domani, — le sussurrò nel collo tentando, senza riuscirvi, di baciarla. 

— A domani, dunque. Addio.
Ella non si volse neppure. Continuò ad appuntarsi nei capelli le forcine di tartaruga che teneva fra i denti e quando ne tolse l’ultima stirò le labbra ad un sogghigno amaro, ripetendo come un’eco spenta il saluto dell’amante: 

— Addio. 

Lo vide sparire dietro la portiera di damasco giallo e allora soltanto s’abbandonò tutta sul divano, e chiuse gli occhi in un’espressione di spasimo disperato. 

— Addio, addio, addio, — gemette tra aridi singhiozzi, torcendosi sotto la violenza dello strazio, premendosi sul cuore dolente le mani rattratte. — Addio, addio. 

Poi balzò in piedi e si guardò attorno smarritamente, come per salutare un’ultima volta le cose familiari che sapevano il suo amore, che lo avevano per tanto tempo accolto e tutelato benigne.
Il ritratto a pastello le ricambiò il suo sguardo accorato, la fissò con quegli occhi immensi e profondi che rassomigliavano ai suoi, ch’erano i suoi, parve dirle con taciturna angoscia: — E io resterò qui sola mentre tu andrai lontano. Quest’altra te stessa rimarrà qui, vedrà forse un amore che non sarà più il tuo, assisterà a una gioia e a un dolore che ti saranno ignoti, soffrirà dell’inganno e del tradimento e non potrà non guardare, non potrà chiudere i suoi occhi immensi e profondi. Dovrà vedere, sapere e sarai tu che vedrai e saprai. 

Allora Ottavia Dimauro salì sul divano giallo, sciolse il cordone d’oro che assicurava alla parete il quadro e lo discese cautamente, cautamente lo depose a terra, sul tappeto persiano. 

Il cristallo terso e sottile che proteggeva la figura scintillò sotto la luce intensa delle lampade ed ella posò il piede su quegli occhi che la guardavano ancora, ve lo premette con tutto il suo peso, con tutta la sua forza. Il vetro cedette scricchiolando, le fenditure s’allargarono in forma di raggi sino alla cornice, e la donna s’inginocchiò, ne tolse un primo frammento lungo e acuminato come un pugnale, poi un secondo e un terzo. Scoperse i colori tenui e sfatti del pastello, mise a nudo l’intero ritratto già gualcito e già martoriato dal suo piede, liberò dalla loro trasparente custodia quegli occhi che la guardavano ancora, interrogando. 

Ma non si fermò nella sua opera di distruzione. Strappò dalla cornice il cartoncino ovale segnato dalla mano del grande maestro morto e con le dita convulse, tuttora inginocchiata sul tappeto, ella lo lacerò in due, in quattro, in innumerevoli lembi e li disperse al suolo, con un piacere acre, con un sorriso di blanda follia diffuso sul volto, col petto e le tempia pulsanti di un battito febbrile. 

Quindi s’alzò, sedette sfinita sul divano e contemplò quella rovina con un senso di commiserazione così profonda per se medesima e per il suo amore che un’onda di pianto le salì dal cuore straziato. 

Ma quando sollevò le mani per ricoprirsene il volto e premersi le palpebre brucianti di lacrime, s’avvide che le sue dita sanguinavano, ferite dai frammenti acuminati del cristallo, s’avvide che sui chiari disegni del tappeto, sul broccato giallo del divano, sulla vestaglia di seta violacea erano cadute le stille intensamente vermiglie del suo sangue, come tanti piccoli segni visibili della sua sofferenza, come le stigmate palesi del suo dolore. 

E con una struggente malinconia ella pensò che queste vi sarebbero rimaste. 

 

Fine 

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Amalia Guglielminetti (1881-1941)

Scrittrice Italiana

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Young Amalia Guglielminetti (Wikipedia Commons)

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